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Cosa è il sesso biologico e da cosa è attribuito l’orientamento sessuale?
Se fossi un credente non avrei dubbi e non mi dovrei porre queste domande, ma da ateo, da chi osserva il mondo libero dai dettami di un libro che detta le regole su come la devo pensare, la domanda me la pongo.
Chi vive il proprio orientamento sessuale contrastando il sesso biologico è uno sbaglio della natura? Un malato? O un modo naturale di vivere il proprio io?
In medicina si distinguono quattro distinte componenti che vengono a formare l’identità sessuale: sesso biologico, identità di genere, ruolo di genere, orientamento sessuale.
Avendo avuto la fortuna di aver potuto studiare un po’ di anatomia, ho appreso che il corpo umano è una macchina il cui funzionamento è il frutto di reazioni chimiche ed elettriche, una macchina la cui centralina che gestisce tutto è il cervello. Infatti il nostro corpo, che si tratti della flessione dell’alluce, o che si tratti di pensare, viene tutto comandato dal nostro cervello che reagisce agli stimoli interni e del mondo esterno attraverso reazioni chimiche.
Se il nostro cervello, l’organo che ci gestisce, funziona e reagisce a stimoli chimici, come attribuisce il mio orientamento sessuale? Per essere più precisi con che criterio stabilisce se io desidero accoppiarmi con un uomo o con una donna? Come fa a decidere che io sia più attratto da un seno o da un bicipite?
Volendo attenermi alle indicazioni delle diverse religioni il fine della sessualità è la riproduzione, ma è anche vero che dallo studio delle religioni si impara che spesso sono utilizzate per imporre dei comportamenti innaturali per il nostro istinto, ma utili a vivere senza conflitti in società come in quelle nelle quali viviamo oggi.
Esempio: la razza umana fa parte di quella categoria di animali che non è monogamo, il maschio di razza umana come tanti altri animali in natura per istinto e portato a cercare di fecondare il maggior numero di femmine possibili, la donna invece di lasciarsi fecondare da maschi con caratteristiche vincenti e dominanti. Questo comportamento naturale in una società come la nostra non è funzionale e per frenare gli istinti, in passato il mezzo più efficace per regolamentare i comportamenti era la religione. Infatti i 10 comandamenti altro non sono che norme di convivenza civile nei quali nei primi punti si ribadisce l’esistenza di un dio da venerare, rispettare al quale si deve ubbidienza e quindi l’importanza del rispetto delle regole che seguono per guadagnarsi la vita eterna e non incorrere nella dannazione … il nono comandamento recita che è peccato desiderare la donna di un altro uomo, quindi il mio istinto di entrare in competizione con il mio vicino per fecondare la sua donna è frenato dalla paura di bruciare per l’eternità nelle fiamme dell’inferno.
Molti in Italia giustificano la loro non accettazione all’amore tra due soggetti dello stesso sesso perché non rappresentano la famiglia naturale, ma naturale secondo chi?
Nel mondo ci sono tanti modelli di famiglia che sono tipici delle tradizioni, della cultura e delle necessità dell’ambiente nel quale si vive, ad esempio le famiglie poligame. E’ noto a tutti che nei Paesi Arabi un uomo può sposare più donne (Poliginia), ma ci sono altre culture, esempio nel Nepal, dove è la donna ad avere più mariti (Poliandria), o come tra i Buddisti Tibetani dove la donna sposa tutti i maschi della famiglia nella quale entra a far parte (poliandria adelfica). Ci sono anche altre realtà come quelle di tribù che vivono isolate, con rarissime occasioni di un ricambio genetico, che quando arriva un visitatore il capo villaggio lo fa accoppiare con la propria moglie.
 
Se l’accoppiarsi non avesse come base di partenza quello di soddisfare un proprio piacere tutti gli esseri viventi si sarebbero già istinti, infatti il motivo per il quale in natura un essere animale maschio e un essere animale femmina si accoppiano non è la procreazione, ma la soddisfazione di un piacere che per alcuni è puro istinto, ma per altri è la ricerca del piacere … piacere che ha come effetto collaterale la procreazione.
A dimostrare che si sbaglia chi afferma che l’omosessualità è innaturale è il comportamento di molti animali in natura. Studiandoli è facile constatare che l’omosessualità è molto più diffusa di quando ci si immagina, e non è neanche necessario dover guardare dei documentari per studiare come si comportano gli animali in ambienti incontaminati e lontani da noi, ma ci basta osservare i comportamenti dell’animale domestico più vicino all’uomo, il cane, che quando è in calore il maschio si accoppia anche con un altro maschio.
Mi rifaccio la domanda, se il mio orientamento sessuale non è dato dal mio sesso biologico da cosa è regolato? Perché ho attrazione sessuale per le donne e non provo nessuna attrazione per un uomo e invece ad altri uomini capita l’esatto opposto?
Per darsi questa risposta bisogna comprendere come funziona la nostra centralina cercando di spiegare perché le emozioni di ogni essere umano, e quindi anche l’amore, sono la conseguenza di impulsi elettrici e reazioni chimiche all’interno del nostro cervello.
Il nostro cervello reagisce a reazioni chimiche e interagisce con una reazione elettrica. Quando il cervello avverte dei nostri bisogni lo fa attraverso la componente chimica, quando invece deve farci agire interviene la componente elettrica.
L’amore prevede invece una combinazione tra la componente chimica e la componente elettrica.
Ormai è risaputo che il cervello è composto dai neuroni, cellule che interagiscono tra loro. Il cervello dell’uomo è composto da circa 10 miliardi di neuroni che a loro interno contengono le nostre informazioni genetiche.
Il cervello dell’uomo moderno può essere schematizzato in tre zone, e si potrebbe anche affermare che tutti noi abbiamo in realtà tre cervelli venutosi a creare in tre periodi differenti della nostra evoluzione. Le tre aree non sono isolate tra loro, ma ognuna delle tre zone interagisce con le altre.
La zona più antica ereditata dai rettili, quella nella quale sono conservate i nostri istinti primordiali, è l’ipotalamo, situato nella parte più interna del nostro cervello è anche la più piccola, ed è qui che si sviluppa l’impulso sessuale. Un’altra zona del nostro cervello fondamentale a gestire le nostre emozioni è il sistema limbico, posizionato leggermente più esternamente rispetto l’ipotalamo questo è ereditato dai mammiferi che sono notoriamente più predisposti a relazionarsi con altri membri della propria specie.
Il sistema limbico ha un ruolo fondamentale nel gestire le emozioni dell’essere umano e in particolare quelle legate all’amore, esso quindi è responsabile del nostro comportamento. Il sistema limbico si suddivide in 4 sotto zone: l’ippocampo, la corteccia limbica, l’amigdala (dove si sviluppano le sensazioni affettive che accompagnano l’atto sessuale) e il setto (dove si origina l’orgasmo). La terza parte, quella predominante, il 70 % del nostro cervello, è la neo corteccia temporale, questa rappresenta il cervello moderno.
I diretti responsabili del desiderio sono le ghiandole sessuali, ovvero testicoli e ovaie. I primi producendo testosterone che sono responsabili del desiderio sessuale maschile, le seconde producono progesterone ed estradiolo, ovviamente responsabili del desiderio sessuale femminile . Se è una predominanza di testosterone o di progesterone che interagendo nel nostro corpo a determinale la nostra sessualità, cosa accade nel cervello di una maschio o di una femmina se i quantitativi di testosterone e di progesterone sono invertiti?
Facciamo un passo indietro è analizziamo cosa è l’identità sessuale, questa si suddivide come già scritto all’inizio in:
• sesso biologico
• identità di genere
• ruolo di genere
• orientamento sessuale
Il sesso biologico è quello determinato dagli organi genitali, se hai il pene sei maschio , se hai la vagina sei femmina.
L’identità di genere è cosa uno si sente di essere, la percezione che ognuno di noi ha di se stesso.
Il ruolo di genere, caratteristica che varia anche in base alla personalità del soggetto e la cultura del luogo nel quale si cresce, è come uno esprime al mondo esterno il sentirsi maschio o femmina.
L’orientamento sessuale indica il sesso verso il quale si viene attratti.
Negli anni molti scienziati hanno cercato di comprendere come mai in natura esistano diversi modi di vivere la nostra identità sessuale, essendoci due sessi ci si aspetterebbe che in maniera semplicistica se hai il pene si debba essere attratti da chi ha la vagina, e viceversa e che si considera innaturale che un pene sia attratto da un altro pene o che una vagina sia attratta da un’altra vagina. Ma come scritto sopra a comandare non è il nostro corpo, ma il nostro cervello. Negli anni ‘90 un anatomista americano LeVay analizzò dei cervelli di cadaveri appartenenti a eterosessuali e omosessuali, si pensò di aver trovato la risposta perchè gli studi dimostrarono che gli omosessuali avevano un piccolo nucleo dell’ipotalamo, parliamo di misure dell’ordine del mm, che misurava il doppio rispetto gli eterosessuali. Ma tali studi non potettero avere valenza scientifica perchè il cervello dei cadaveri omosessuali analizzati era di morti per HIV, malattia che attacca e lesiona il cervello.
Ad oggi ciò che è certo, è che al modo esistono diversi modi per esprimere la propria sessualità. Considerando la velocità con la quale oggi ci si muove da una parte all’altra del mondo e la facilità di viaggiare. Facilità che causa oggi più di ieri diverse che culture e stili di vita diverse vivano in uno stesso luogo sta facendo perdere la tipicità culturale . In natura non tutti gli esseri viventi reagiscono allo stesso modo ai cambiamenti e non tutti si adeguano … e chi non si adegua sa di essere in pericolo perché è destinato ad estinguersi e per istinto ognuno di noi lotta per garantire la propria sopravvivenza, ma questa è un’altra storia.

Iprite a Km zero?

Posted: 18th giugno 2015 by francescopaologentile in Senza categoria
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In riferimento alla fabbrica di armi chimiche di Foggia risalente alla Seconda Guerra Mondiale, in un documento che è possibile recuperare presso l’archivio di stato cittadino, si legge:

ministro della difesaCon riferimento a quanto segnalato con il telegramma a cui risponde, si fa presente quanto segue:

  1. – i lavori di bonifica e sgombero macerie e materiali degli ex impianti di produzione aggressivi chimici di Foggia, non possono essere eseguiti che da personale specializzato, in quanto il personale stesso, durante il lavoro, deve essere munito di maschere antigas, guanti, e indumenti protettivi, dato che esistono ancora sotto le macerie apparecchi contenenti quantità considerevoli di yprite e di fosgene;
  2. I menzionati aggressivi, per il modo col quale vennero effettuate le distruzioni dai tedeschi, hanno inquinato, oltre le parti costituenti gli impianti, anche le macerie dei fabbricati crollati.

 

Questo Ministero, pertanto, dopo attento e ponderato esame della questione, allo scopo di evitare possibili gravi infortuni, è venuto nella determinazione di far effettuare i lavori sopraccennati da personale di questa A.M., pratico di maneggio delle sostanze tossiche.

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Questo documento di cui ho riportato parte del testo, fu redatto dal ministero della difesa in data 20 giugno 1948 con numero di protocollo 110519 a firma dell’allora ministro Rodolfo Pacciardi, con l’intento di rispondere alla richiesta del Prefetto della Provincia di Foggia di poter bonificare il sito utilizzando la manodopera locale, gli stessi operai che avevano lavorato in quella che ufficialmente doveva essere una fabbrica produttrice di birra. Stiamo parlando di due gas altamente tossici come l’iprite e il fosgene che successivamente, furono banditi dalla Convenzione sulle armi chimiche del 1993. Sempre nei carteggi presenti negli archivi di stato è presente l’intera corrispondenza e l’elenco completo dei nominativi degli operai selezionati con  le loro generalità.

Il sito in oggetto si trova a Foggia in via del Mare, all’interno della recinzione dei terreni dell’IPZS (ex Cartiera), all’altezza del cartello che informa che si è giunti nel comune di Foggia con il rassicurante segnale informativo “Foggia città denuclearizzata”.

La fabbrica entrata in funzione nel 1943 fu distrutta nello stesso anno proprio dai tedeschi che la avevano costruita, quando le truppe Americane, ormai giunte alle porte della città a 10 km a sud di Foggia, erano pronte ad entrare.

In un importante documento scoperto nei primi anni ’90, reperibile nel National Archives and Record Service di Washington, sono riportate in maniera minuziosa le istruzioni dell’alto comando tedesco su come  procedere alla distruzione del sito della fabbrica. Gli impianti furono fatti saltare il 26 settembre 1943 alle ore 11 dopo che i tedeschi si accertarono che il vento non soffiasse verso le truppe  Americane. L’intento era quello di sventare il pericolo di un contrattacco proveniente dalle linee nemiche, qualora in seguito all’esplosione, si fosse generata una nuvola di egressivo chimico e che la direzione del vento la trasportasse fino alle linee nemiche facendogli erroneamente credere si trattasse di un attacco chimico.

Ad oggi, dopo più di 70 anni dalla distruzione della fabbrica, non si hanno notizie sull’avvenuta bonifica del sito e dell’area circostante caratterizzata da terreni agricoli.

Quanti di voi conoscono i gas in oggetto e quali sono i rischi per i cittadini qualora venissero accidentalmente a contatto con questi aggressivi chimici?

Per l’approfondimento sulla natura ed i rischi per la salute di questi gas, ho interpellato un medico chirurgo ,il dottor Marcello Menga. Qui di seguito la sua relazione.

Sotto la definizione generica di gas nervini  (o neurogas, dall’inglese nerve gases), si comprendono degli aggressivi chimici impiegati ad uso bellico.

La loro classificazione risponde a diversi criteri. In base al loro effetto principale si identificano:

  • 1) Irritanti leggermente tossici e non letali (lacrimogeni, urticanti, starnutatori). Queste sostanze vengono utilizzate o come mezzo sfollagente da parte delle forze dell’ordine (gas lacrimogeni), o come repellenti per l’Uomo e gli animali;
  • 2) Vescicanti, o vescicatori, sempre letali (iprite e mostarde azotate, lewisite ed arsenicali);
  • 3) Soffocanti, od asfissianti, sempre letali (fosgene e cloropicrina);
  • 4) Veleni sistemici, sempre letali (cianuri, fluoroacetati ed organofosforici);
  • 5) Inabilitanti psichici: allucinogeni (LSD, 25dietilamide dell’acido lisergico e mescalina);
  • 6) Insetticidi, mai letali se non a dosaggi elevati (carbamati);
  • 7) Eccitanti psichici disinibitori: letali ad elevate concentrazioni, sono utilizzati più sulle proprie truppe che non sui nemici, ad esempio per vincere il senso di paura prima di ordinare un attacco (“mal di trincea”) . Questa categoria comprende sostanze di differente origine, natura chimica, tipologia d’azione. Si va dall’alcool alla cocaina, all’amfetamina, all’ecstasy, al crack, al protossido d’azoto (gas esilarante).
  • 8) Deprimenti psichici o sedativi: letali ad elevati dosaggi e non di facile somministrazione, anche questa categoria include sostanze diversissime, dalla morfina, ai barbiturici (tra cui il famigerato Pentothal o “siero della verità”), ai gas soporiferi.

 VESCICANTI (o VESCICATORI ). Comprendono: le mostarde (iprite), le mostarde azotate (azoiprite) e gli arsenicali (lewisite).

L’iprite, meglio nota come mostarda, è il capostipite di questi composti e prende il nome dal luogo (Ypres in Belgio) che ne vide il primo impiego nella Prima Guerra Mondiale quando entrò in uso presso i vari eserciti la maschera antigas che rendeva innocui gli agenti soffocanti, quali il fosgene e l’ossido di carbonio.

Un esteso uso di questo composto è avvenuto anche durante la guerra tra Iran e Iraq negli anni ’80. L’iprite è tuttora responsabile di incidenti sulle coste di Danimarca e Svezia a carico di pescatori che entrano in contatto con armi chimiche affondate al termine della Seconda Guerra Mondiale.

A differenza degli asfissianti non sono considerati obsoleti ed il loro impiego é definito strategico per  l’interdizione di aree (retrovie, centri logistici, nodi di comunicazione, centri abitati, etc.).

Gli agenti vescicanti sono modicamente persistenti per cui uccidono in qualche ora, inesorabilmente (letalità a medio termine).

Sono questi gli aggressivi che esplicano oltre all’azione di contatto anche un’azione anticolinesterasica con manifestazioni prevalentemente muscariniche: scialorrea, nausea, vomito. Va notato che i composti del gruppo dell’iprite attraversano la cute integra allo stato di vapore.

Ovvero questi aggressivi, venendo a contatto con la superficie del corpo, provocano un’irritazione profonda con successiva formazione di vesciche, piaghe, ulcerazioni estese, a causa del blocco proliferativo attuato sullo strato germinativo (lo strato più profondo e vitale) della cute e delle mucose. A livello cutaneo causano la formazione di eritema, vescicole, bolle accompagnate da prurito, bruciore e dolore; le lesioni evolvono verso la necrosi e possono esitare in aree di ipo od iper pigmentazione e di atrofia cutanea. Si determina così in progressione la dermatite bollosa, la dermatite esfoliativa e la dermatite necrotica, dolorosissime e difficili da curare. Queste manifestazioni cliniche sono soggette a complicanze infettive che possono esitare in setticemia, sepsi, gangrena, tutte condizioni potenzialmente letali. Proteggere la cute in tutta la sua superficie é problematico, se non ricorrendo a pesanti attrezzature (tuta integrale contro la guerra chimica).

La lewisite e le ossime di fosgene che si distinguono, dal punto di vista clinico, soprattutto per la comparsa immediata del dolore e dei danni cutanei, mentre nell’iprite compaiono a distanza di almeno due ore dall’applicazione.

I vescicanti agiscono pure tramite un meccanismo di alchilazione del DNA e di altre strutture cellulari (ribosomi, membrane cellulari) causando effetti citotossici, citostatici e mutageni che si rendono più evidenti sull’epitelio cutaneo e sull’apparato gastro-intestinale.

Con la cute gli occhi e le vie aeree entrano per primi in contatto con i vescicanti. In una fase successiva si possono osservare effetti però anche a carico del sistema emopoietico, gastro-intestinale e nervoso centrale.

I danni oculari consistono soprattutto in ulcerazioni ed erosioni corneali che possono esitare in opacità corneali di vario grado, sino a causare cecità.

L’inalazione di vescicanti è causa di importanti effetti acuti e cronici. Nel primo caso

possono comparire tosse, afonia, anosmia, epistassi, oppressione respiratoria, dispnea; il quadro clinico principale è quello di una bronchite o polmonite di tipo chimico che può complicarsi con un’infezione batterica dopo 4 o 5 giorni dall’esposizione.

I principali effetti di tipo cronico consistono nella comparsa di bronchiectasie, atelectasie ed enfisema polmonare.

La morte avviene in genere dopo alcuni giorni o settimane ed è in genere determinata dai danni dell’apparato respiratorio cui segue una sepsi favorita dalla compromissione del sistema immunitario.

IPRITE

gc3a1s-mostardaIl dott. Stewart F. Alexander, inviato a Bari dopo il “disastro” causato dall’attacco aereo tedesco del 2 dicembre 1943 in cui furono distrutte ed affondate ben 28 navi, tra cui almeno una, la statunitense J. Harvey, aveva nella stiva un ingente quantitativo di iprite, conservò molti campioni di tessuto dalle vittime sottoposte ad autopsia e dopo la seconda guerra mondiale questi campioni hanno aiutato lo sviluppo di una prima forma di chemioterapia a base di iprite, la mecloretamina. A conseguenza di questo incidente, fu creato dagli Alleati un programma di ricerca segreto sugli effetti dei gas sull’Uomo. A studiare l’effetto dell’azotoiprite furono chiamati due scienziati dell’università di Yale, Louis Goodman e Alfred Gilman. Studiando gli effetti mielotossici selettivi che si erano riscontrati su sopravvissuti agli effetti vescicanti dell’iprite a Bari, (effetti per altro già individuati nel 1919 da Edward ed Helen Krumbhaar, una coppia di patologi americani, su pochi reduci intossicati dal gas dopo il suo massiccio impiego bellico nella prima guerra mondiale e che, pubblicati su una rivista medica secondaria, passarono inosservati agli oncologi del tempo), diedero il via ad una sperimentazione controllata dapprima su modelli animali e poi su alcuni malati di neoplasie di origine linfatica. Riscontrarono remissioni significative, anche se di breve durata, ma i risultati non poterono essere pubblicati se non dopo la fine della guerra, per il vincolo di segretezza che copriva il programma militare. Fu comunque il primo tentativo di terapia antitumorale attraverso un approccio farmacologico a poter vantare un certo grado di successo, e viene per questo considerato l’atto di nascita della moderna chemioterapia.

ASFISSIANTI (O SOFFOCANTI): Si tratta di sostanze ormai obsolete, dal momento che penetrano soltanto attraverso le vie respiratorie e sono facilmente neutralizzate dalle più comuni maschere antigas. Sono tutti irritanti delle vie respiratorie. La risposta flogistica si estrinseca con edema che impedisce la respirazione: a livello della glottide (laringe) e dei bronchi con connesso spasmo muscolare che provoca un quadro simil-asmatico, che impedisce ulteriormente l’ingresso dell’aria nei polmoni; a livello degli alveoli e del setto interalveolare, causando edemi polmonari massivi e letali. Il quadro clinico insorge immediatamente dopo l’esposizione,   accentuandosi nelle 4-6 ore successive ed è caratterizzato da tosse, afonia, bruciore delle prime vie aeree, tachipnea, oppressione toracica, dispnea. La morte sopraggiunge nella maggior parte dei casi entro le prime 24 ore per insufficienza respiratoria causata da edema polmonare acuto.

Nei pazienti che superano tale periodo si può osservare la comparsa di broncospasmo e di un’infezione bronco-polmonare di natura batterica.

Vengono disseminati sotto forma di vapori e sono considerati gas d’attacco, perché hanno scarsa persistenza, e permettono così la conquista di trincee, casematte, postazioni, etc. Furono i primi aggressivi chimici utilizzati dai Francesi (e non dai Tedeschi, come comunemente si crede ed erroneamente riportato in alcuni libri). Il primo attacco fu sferrato il 22/4/1915 con l’impiego di cloro e di fosgene, lasciati affluire da bombole lungo tutta la zona del fronte dove la direzione del vento era favorevole. L’uso fatto in seguito di bombe e di proiettili di artiglieria adatti per notevoli quantitativi di tossici chimici e l’impiego di sempre nuove sostanze resero i gas d’attacco un’arma strategica di notevole insidia e di possibile supremazia, ma molto pericolosa se usata dalle truppe di terra (é sufficiente una repentina inversione della direzione del vento per sospingere al mittente il tossico). Si prefigurano impieghi militari con gli aerei, ma la strategia dell’attacco con tali armi può riguardare, come già detto, solo aeree molto circoscritte e limitate.

Fosgene

PhosgeneIl fosgene (o cloruro di carbonile) a temperatura ambiente è un gas incolore estremamente tossico ed aggressivo, dal tipico odore di fieno ammuffito. La sua formula chimica è COCl2 (dicloruro dell’acido carbonico). È un prodotto di sintesi, ma piccole quantità possono formarsi in natura dalla decomposizione e dalla combustione di composti organici contenenti cloro. Il fosgene è un veleno particolarmente insidioso perché non provoca effetti immediati. In genere i sintomi si manifestano tra le 24 e le 72 ore dopo l’esposizione. Combinandosi con l’acqua contenuta nei tessuti del tratto respiratorio, il fosgene si decompone in anidride carbonica e acido cloridrico; quest’ultimo dissolve le membrane delle cellule esposte causando il riempimento delle vie respiratorie di liquido. La morte sopraggiunge per combinazione di emorragie interne, shock ed insufficienza respiratoria. A differenza di altri gas nervini il fosgene non viene assorbito attraverso la pelle il suo effetto si produce solo per inalazione.

Storia. Il fosgene è stato sintetizzato per la prima volta dal chimico John Davy nel 1812. Fu inizialmente usato come arma chimica dai francesi nel 1915, mentre i tedeschi iniziarono ad aggiungerne piccole quantità al cloro per aumentarne la tossicità. Poco tempo dopo s’iniziò ad usarlo tal quale. Si calcola che i morti dovuti all’uso del fosgene nella prima guerra mondiale siano stati circa 100.000. Il Regio Esercito ha utilizzato il fosgene in Libia e in Etiopia durante la campagna d’Africa sia contro militari sia contro civili.

Produzione ed utilizzi. Industrialmente, il fosgene viene prodotto facendo fluireossido di carbonio e cloro gassosi su un letto di carbone ad alta porosità, che agisce da catalizzatore. La reazione che avviene è: CO + Cl2 —> COCl2.La reazione è esotermica, ovvero avviene con sviluppo di calore, quindi il reattore deve essere raffreddato continuamente per allontanare il calore che viene prodotto. In genere la reazione viene condotta a temperature comprese tra i 50°C ed i 150°C; sopra i 200°C il fosgene torna a decomporsi in cloro e ossido di carbonio. Un’altra reazione in cui viene prodotto fosgene è quella tra tetraclorometano e acqua ad alte temperature: CCl4 + H2O —> COCl2 +2HCl. La luce, in presenza di ossigeno atmosferico, è in grado di convertire il cloroformio in fosgene, per questa ragione è sempre conservato in boccette ambrate e ben tappato.

Per via dei problemi di sicurezza legati al suo trasporto ed al suo stoccaggio quasi sempre il fosgene è prodotto ed utilizzato nello stesso impianto chimico. Il fosgene è principalmente impiegato come materia prima nella produzione di polimeri, tra cui i poliuretani, i policarbonati e le poliuree, oltre che nella produzione del Kevlar. Viene usato anche per produrre isocianati e cloruri acilici, intemedi nelle produzioni di pesticidi, coloranti e molecole di interesse farmaceutico. Tramite l’uso del fosgene è possibile isolare alcuni metalli, tra cui alluminio e uranio, dai loro minerali, ma si tratta di processi poco usati per via della pericolosità della sostanza.

Per sapere come deve essere stipato e trattato l’aggressivo chimico in oggetto e di quali potrebbero essere le conseguenze per l’ambiente dovute ad una sua cattiva gestione, esempio del sito in oggetto qualora ci dovessero ancora presenti fusti contenenti le armi chimiche mi sono rivolto all’ Ingegnere Massimiliano Pallotta, vincitore di borse di ricerca sui temi ambientali, del quale riporto il suo contributo:

Per capire cosa possa essere accaduto nei magazzini di stoccaggio di attrezzature e/o di contenitori contenenti fosgene durante il lungo periodo di detenzione di tale materiale, occorre far riferimento alla normativa attuale, attraverso la quale osservare il fenomeno, piuttosto che emettere giudizi di responsabilità.

Il Documento di riferimento è PHOSGENE – HEALTH AND SAFETY GUIDE (WORLD HEALTH ORGANIZATION, GENEVA 1998) disponibile solo in inglese.

In esso vengono dettagliate le procedure di stoccaggio a fronte della pericolosità del prodotto in esame.

Metodi di conservazione del fosgene:

  • In contenitori devono essere d’acciaio anticorrosione, la sola verniciatura non basta;
  • devono essere protetti contro l’eventuale ribaltamento e rotolamento;
  • devono protetti dal fuoco;
  • devono essere stipati in locale fresco, areato. Protetto dall’acqua e dalla corrosione (eventuali nebbie saline);
  • devono essere possibilmente collocati su un pavimento flottante traforato, al di sotto del quale viene posizionato uno strato di bicarbonato di sodio o una miscela al 50% di polvere di soda calcinata e calce spenta o urea cristallizzata, contro i possibili sversamenti accidentali dovuti a microfessurazioni. Deve essere effettuato un controllo periodico (con frequenza adeguata al rischio) della situazione da parte di personale specializzato.

Possono essere usate anche altre tecniche o combinazioni di tecniche contro le perdite e la diluizione del fosgene sversato.

Per quanto riguarda i livelli di pericolosità ambientale e l’azione contro esseri umani, si hanno le seguenti informazioni.

Aria:  Il gas, in presenza di umidità ambientale si idrolizza. la persistenza sembra essere dell’ordine di qualche mese, abbassandosi con l’innalzamento dell’umidità.

Acqua: L’idrolisi e la velocità di idrolisi riducono moltissimo il rischio di venire a contatto con il fosgene. Tuttavia va ricordato che fra i prodotti di reazione del fosgene c’è l’acido cloridrico.

Terreno: La rapida demolizione del fosgene operata sulle superfici solide e la rapida reazione con l’acqua in presenza di umidità rendono improbabile l’inquinamento a lungo termine.

N.B. va tuttavia chiarito che al 1998 non c’erano dati disponibili sui contenuti di fosgene in aria, acqua e suolo.

 

armi-chimicheAd oggi non si è riuscito a ricostruire quante armi chimiche furono prodotte in Italia tra il 1935 e il 1945. Il piano di Mussolini all’inizio del secondo conflitto mondiale era di realizzare 46 impianti per la produzione di 30 mila tonnellate di gas all’anno. All’arsenale chimico oggi presente in Italia a quello prodotto in Italia c’è da aggiungere quello importato dai Tedeschi e dalle truppe Americane. Documenti, in parte ancora segretati, rivelano che parte dell’arsenale chimico è stato inabissato nel Golfo di Napoli nei pressi dell’isola di Ischia e nel Golfo di Manfredonia. Ma ci sono tanti altri siti, discariche più o meno segrete, nei quali i fusti sono stati stoccati. La presenza del gas bellico sul suolo Nazionale è stato negato dai Governi che si sono succeduti fino alla caduta del muro di Berlino. Nel 1985 Andreotti arrivò a negare la presenza di gas bellici sul nostro territorio davanti al Parlamento. L’ultimo caso di contaminazione di un uomo da fosgene in Europa avvenne in Italia nel 1996 nei pressi del lago di Vico. Un ciclista che si trovò a passare nei pressi di uno dei bunker durante una operazione di bonifica fu investito da una nube di aggressivo chimico. Fortunatamente la vittima riuscì a raggiungere una stazione di servizio da dove furono allertati i soccorsi. All’arrivo dell’autombulanza i medici seppero intervenire, evidentemente preallertati delle operazioni in corso, fu ricoverato e riuscirono a salvarlo.

DSC01286La bonifica dei bunker e l’eliminazione delle armi chimiche messe al bando dal 1993 era prevista per quest’anno, 2015, nell’impianto di Civitavecchia, ma pare che ancora nessuno si sia posto il problema della bonifica delle discariche sommerse che potrebbero essere uno dei tanti rischi per i pescatori a causa dell’arsenale bellico sommerso.

Tornando alla nostra città e ai ruderi della fabbrica presente nel nostro Comune la domanda che da cittadini ci poniamo è se all’interno del sito sono ancora presenti i gas che venivano prodotti e qualora dovessero essere presenti se costituiscono un pericolo nell’immediato, o nel futuro. Sempre se si dovesse riscontrare la presenza del materiale bellico avere informative precise di come intende procedere chi di competenza.

Qualora si dovesse riscontrare che il sito fu bonificato negli anni passati mettere a disposizione della cittadinanza la documentazione che attesti quando e le modalità della modifica.

 

La fame nel mondo

Posted: 29th aprile 2015 by francescopaologentile in Senza categoria
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Immagine scaricata da internetOggi sulla terra ci sono 805 milioni di persone che non hanno da mangiare. Poco meno di un miliardo di esseri umani che hanno fame, e che di questo ci muoiono.

Nel 1996 a Roma, in occasione del World Food Summit, si riunirono 185 capi di stato e di governo e promisero che entro il 2015 il numero di persone che soffrono la fame si sarebbe dimezzato. Ogni anno il numero si sarebbe dovuto ridurre di 31 milioni fino ad arrivare al 2015 con 412 milioni di affamati. I risultati della FAO dicono che la promessa non è stata mantenuta e che ogni anno si aggiungono 4 milioni di persone sfortunate alla lunga lista; eppure il mondo è più ricco rispetto a quello di 10 anni fa e le risorse alimentari sono più abbondanti, ma manca la volontà politica di mobilitare queste risorse in favore degli affamati. I dati della FAO corrispondono al periodo 2001-2003 e nella marea di persone ormai senza speranza, 285 milioni vivono nei paesi in via di sviluppo; 25 milioni nei paesi in via di transizione e 9 milioni nei paesi industrializzati.  Soffre la fame, ad esempio, anche il 18% delle popolazione del Venezuela; il 20% della popolazione dell’ India e il 12% della popolazione della Cina.

imagesLe uniche aree del pianeta in cui la fame è stata ridotta, sia in percentuale, sia in numero assoluto, sono: Asia, Pacifico, America Latina e Caraibi. Lo scenario più tragico spetta all’ Africa, che solo quella subsahariana da sola raggiunge i 206 milioni di affamati contro i 169 milioni dell’ 1990-1992.

L’ Africa orientale presenta il 67% della popolazione che non ha da mangiare, ma il triste record è detenuto dalla Sierra Leone che su una popolazione di quasi 5 milioni la metà soffre la fame.

Inoltre le OGN dicono che ogni settimana in Africa muoiono 130 mila bambini. Andando avanti con questo trend le persone che soffriranno la fame nel 2015 non saranno 412 milioni, come era stato detto a Roma nel 1996, ma molte di più.

La FAO non ha soluzioni miracolose, viene riproposta sempre la stessa ricetta. Il settore agricolo è l’ unico che ha le possibilità di diminuire la fame nel mondo producendo più prodotti e abbassando, in questo modo, i costi. Ma se non c’è volontà politica le cose non cambieranno mai.

                                                                                                                            di Chiara Gentile

 Elenco di fatti e cifre utile a comprendere il problema della fame nel mondo dal sito WFP – World Food Programme

  • 805 milioni di persone nel mondo non hanno abbastanza da mangiare. Questo numero è diminuito di 209 milioni dal 1990.
  • La stragrande maggioranza delle persone che soffrono la fame (709 milioni) vive nei paesi in via di sviluppo, dove il 13,5% della popolazione è denutrita.
  • L’Asia ha la più alta percentuale di persone che soffrono la fame nel mondo (circa 525 milioni), ma questo numero si sta riducendo.
  • Se le donne avessero lo stesso accesso degli uomini alle risorse, ci sarebbero 150 milioni di affamati in meno sulla terra.
  • La scarsa alimentazione provoca quasi la metà (45%) dei decessi dei bambini sotto i cinque anni – 3,1 milioni di bambini ogni anno.
  • Nei paesi in via di sviluppo, un bambino su sei  (sono circa 100 milioni) è sottopeso.
  • Un bambino su quattro nel mondo soffre di deficit di sviluppo. Nei paesi in via di sviluppo, questa percentuale può crescere arrivando a un bambino su tre.
  • L’80% dei bambini con deficit di sviluppo vive in 20 paesi.
  • Nei paesi in via di sviluppo, 66 milioni di bambini in età scolare – 23 milioni nella sola Africa – frequentano le lezioni a stomaco vuoto.
  • Il WFP calcola che ogni anno sono necessari 3,2 miliardi di dollari per raggiungere  i 66 milioni di bambini in età scolare vittime della fame.

Mercato di via Rosati a Foggia, una storia antica di 70 anni

Posted: 28th marzo 2015 by francescopaologentile in Senza categoria
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La nascita dei mercati nel nostro territorio è da far risalire a Federico II di Svevia, che aveva scelto la nostra città come la sua meta preferita per venire a “svernare” lasciando la sua impronta ovunque, compresa  la nascita dei mercati all’aperto che nacquero proprio dalla costante esigenza dell’Imperatore e della sua corte, di rifornirsi delle nostre erbe spontanee selvatiche (marasciuolli, borragine, finocchietti, cardoncelli, rucola etc..), essendo da loro molto apprezzate. I raccoglitori di erbe spontanee si recavano tutte le mattine negli spazi destinati e svuotavano in terra i propri raccolti ricevendo in cambio il corrispettivo in denaro.

Grazie all’Imperatore la nostra città divenne il punto d’arrivo di merci da tutto il Regno, egli diede inizio all’allevamento di polli, anatre ed oche ed impiantò dei nuovi oliveti provenienti dalla Sicilia.

حرية

Questa è la storia dei nostri mercati presenti  ancora oggi ad offrirci  un salto nel passato. Il nostro esempio più famoso è il mercato rionale di via Rosati, nel cuore della città di Foggia. Esso viene allestito dal lunedì al sabato, dalle prime ore dell’alba حرية fino alle ore 14. E’ un mercato che ha più di 70 anni, ed oltre ad essere uno dei più storici d’ Italia, è, per estensione (circa 500 mt) e varietà di prodotti, tra i più grandi d’ Europa. “Il Rosati” (come viene chiamato il mercato dai foggiani) conserva esattamente, in alcune bancarelle,  lo stesso spirito dei primi raccoglitori e venditori di erbe selvatiche di una volta, il vero “km zero”, prodotti venduti dagli stessi agricoltori che coltivano nelle loro terre i prodotti che poi espongono per la vendita sulle bancarelle all’aperto.

Oggi come ieri, oltre ai prodotti agricoli, è possibile acquistare prodotti ittici provenienti dal vicinissimo mare, ma anche indumenti, stoffe e oggettistica varia. Un mercato dove tra attività commerciali fisse e bancarelle, è possibile usufruire della stessa gamma di prodotti presente  in un  centro commerciale “globalizzato”, ma con il sapore antico del contatto e del calore umano.

Grazie ai suoi prezzi accessibili a tutte le tasche, è  molto frequentato quotidianamente, ma questo aspetto presenta tuttavia non poche criticità da un punto di vista logistico e di decoro urbano.

La prima criticità riguarda il diritto di tutti i cittadini ad essere soccorsi in caso di emergenza.  Infatti,  nel caso in cui un residente, un commerciante o un cittadino che si trovi in via Rosati o nelle sue zone limitrofe  durante le ore di mercato, dovesse avere un malore improvviso,  per gli operatori del 118 diventerebbe molto complicato soccorrerlo. E tanto più il punto d’intervento è vicino al cuore del mercato tanto più complicato potrebbe essere l’intervento. Questo perché il mercato non interessa solo la via dalla quale prende il suo nome, ma anche tutte le vie ad esso perpendicolari e parallele, rendendo impossibile in alcuni punti, l’accesso ai mezzi di soccorso, dall’ auto medica all’ autobotte dei vigili del fuoco. Unica possibile soluzione sarebbe la chiusura della zona nelle ore di mercato al transito dei veicoli che oltre a permettere un facile accesso in caso di emergenza, limiterebbe di molto il rischio che gli agenti inquinanti derivanti dallo smog dei gas di scarico delle auto, possano contaminare la merce in vendita all’aperto.

La seconda criticità da non sottovalutare, è la mancanza di servizi pubblici igienici per i visitatori e i commercianti حريةambulanti del mercato.  Alcuni commercianti che sono riusciti ad acquistare o affittare come depositi per la loro merce, i locali pianterreni nella via o nella zona circostante, hanno potuto sopperire alla mancanza dei servizi igienici, ma altri in caso di bisogno fisiologico sono costretti ad arrangiarsi con mezzi di fortuna!

Da segnalare che oltre all’assenza di servizi igienici,  c’è anche  la mancanza di una pesa pubblica che permetta di controllare le bilance dei commercianti. Come è possibile che in un mercato storico che ha più di 70 anni non ve ne sia ancora una?

حريةUn altro aspetto critico attiene invece alla disposizione delle bancarelle, disposte senza una logica commerciale.  Non è inusuale infatti, assistere all’antigenico accostamento  di  una bancarella che vende pesce ad una che vende dolciumi o oggetti per la casa. Prima della liberazione delle licenze, il mercato era disposto seguendo delle precise logiche commerciali, era  diviso per settori ed il rilascio del permesso di occupazione di suolo pubblico era subordinato alla tipologia di licenza posseduta dai commercianti ambulanti.

Inoltre si registra la mancanza di un vero e proprio presidio permanente del territorio da parte delle forze di polizia, che oltre a permettere vita facile ai borseggiatori, da la possibilità ai commercianti di non rispettare gli spazi a loro consentiti. Capita di frequente infatti, che alcune bancarelle vengono allargate abusivamente ostacolando il transito dei pedoni. In alcuni punti il tratto pedonale è talmente ridotto da creare dei veri e propri ingorghi. Come mai, essendo il mercato di via Rosati una delle zone più frequentate della nostra città, non esiste un distaccamento  dei vigili urbani, un presidio fisso che avrebbe anche la funzione di deterrente per i frequenti episodi di scippi e borseggi di borse e portafogli?

حريةTra le possibili soluzioni, ci sarebbe quella di trasferire il mercato nello spazio destinato alla fiera della città. Il  Campo Fiera è sovradimensionato, infatti, durante le giornate espositive dedicate alla sua apertura, molti capannoni restano inutilizzati. Il progetto prevede di spostare in questi capannoni  le bancarelle, attrezzando gli stessi  in modo da poterle ospitare per tutto l’anno. I prodotti alimentari sarebbero così allestiti in un ambiente protetto e sia per i commercianti che per i clienti ci sarebbe la presenza di  bagni pubblici.

Ma se spostare il mercato da via Rosati potrebbe significare farlo scomparire perdendo anche un pezzo della nostra storia, decreterebbe di sicuro il fallimento di tante attività  commerciali fisse  che vivono proprio grazie all’afflusso mattutino di persone che si recano  al mercato. Gli stessi commercianti sono divisi in tal senso. C’é chi ritiene il Campo Fiera una soluzione per lavorare in un ambiente più protetto e attrezzato e chi ritiene che lo spostamento del mercato rappresenterebbe  la sua inevitabile fine.

D’altro canto, i residenti di via Rosati e zone limitrofe non si lamentano della presenza del mercato e del fatto che i commercianti inizino la loro attività di allestimento all’alba, ma dello scarso igiene in cui versa il quartiere dopo lo smontaggio del mercato a fine mattinata.

Foto di Mazzaro DomenicoCon una ordinanza del 12 Marzo 2015 a firma del Sindaco Landella, (http://www.comune.foggia.it/mercato-di-via-rosati-ordinanza-sindacale-per-la-pulizia-ed-il-decoro-dellarea-da-parte-dei-commercianti-ambulanti/), l’amministrazione comunale impone l’obbligo di pulizia dello spazio che ospita il mercato giornaliero a carico di tutti gli ambulanti che operano nell’area. Il provvedimento impone ai venditori ambulanti di rimuovere dalla propria area tutti i rifiuti prodotti, raccogliendoli in sacchetti o contenitori idonei  e di depositarli  nei pressi del proprio posteggio o in prossimità dei più vicini cassonetti per rifiuti. Ad oggi l’ordinanza risulta essere puntualmente disattesa a causa della mancanza di controllo da parte del Comune e del fatto che i commercianti ritengono che questi sacchetti o altri contenitori, così come citato nel testo dell’ordinanza, dovrebbero essere forniti dal Comune. In considerazione del fatto che Foggia ambisce ad effettuare presto la raccolta differenziata, non sarebbe stato più opportuno da parte dell’amministrazione comunale chiedere ai commercianti di raccogliere i rifiuti differenziandoli ?Foto di Mazzaro Domenico

Gli stessi commercianti oltre a denunciare che  all’ordinanza non è seguito un controllo per verificare che venga rispettata, denunciano che terze persone in mancanza del suddetto controllo  vanificano l’opera di pulizia da loro effettuata. Infatti,  durante lo smontaggio del mercato, prima che passi il camion della nettezza urbana a raccogliere i rifiuti si vedono cittadini che cercano tra i rifiuti, prodotti ancora commestibili, e nell’effettuare questa operazione di scelta, riversano a terra anche i prodotti che sono stati raccolti nei contenitori come previsto dall’ordinanza.

حريةA tal proposito, i commercianti potrebbero evitare di gettare tra i rifiuti la merce non più idonea alla vendita ma ancora commestibile così da offrire la possibilità a cittadini meno abbienti, di poterla prendere senza per questo dover rovistare tra i rifiuti.

A detta dei residenti, a rendere  la situazione igienico sanitaria sgradevole è la frequente indisponibilità dell’autobotte dell’AMIU che dovrebbe lavare e sanificare le strade.  Dalle testimonianze raccolte, pare che non sia sempre disponibile, i dipendenti dell’AMIU ai quali abbiamo successivamente chiesto il motivo di questo disservizio, ci hanno risposto che quando sono in carenza di personale, l’autobotte per sanificare via Rosati è il primo dei servizi ad essere interrotto. Motivazione che noi in qualità di semplici cittadini non siamo stati in grado di  verificare sulla scorta di controlli all’interno della società.

Questo articolo si pone soprattutto l’obiettivo di cercare di individuare, coinvolgendo tutta la cittadinanza, gli  interventi necessari ad evitare che  l’antico mercato venga spostato dalla sua ubicazione originaria, ma senza per questo dover violare le norme basilari di igiene e sicurezza.

Dall’analisi da noi effettua sulle esigenze dei residenti e dei commercianti, gli interventi da intraprendere potrebbero essere i seguenti:

  • chiusura al traffico di tutte le vie perpendicolari al mercato e sgombero delle bancarelle abusive per permettere un più facile intervento in caso di emergenza dei mezzi di soccorso e contestualmente, evitare di contaminare a causa dei  gas di scarico dei veicoli in transito o incolonnati i prodotti alimentari;
  • installazione di bagni chimici;
  • presidio fisso dei Vigili Urbani adibendo a stazione fissa un locale nelle immediate vicinanze;
  • predisporre una ronda costante del mercato impiegando la polizia di quartiere;
  • mettere a disposizione una pesa pubblica;
  • controllo sull’abusivismo, compreso il rispetto degli spazi assegnati;
  • sistematica sanificazione idrica dell’area,  per mezzo dell’autobotte dell’AMIU che a tal fine dovrà essere resa sempre disponibile;
  • controllo sull’osservanza dell’ordinanza emanata dal sindaco in merito alla raccolta, possibilmente differenziata, dei rifiuti e predisposizione di contenitori di raccolta di prodotti invenduti ma ancora idonei al consumo da parte dei cittadini meno abbienti;

Vi invitiamo a rispondere alle domande che seguono nello spazio riservato ai commenti di questo articolo.

  1. Ritenete che questi interventi siano pertinenti e sufficienti?
  2. Avete da proporre degli altri che rendano la situazione del tutto accettabile da parte dei residenti?
  3. Ritenete che lo spostamento del mercato da via Rosati al campo fiera comporti il rischio di far cadere in fallimento l’intero sistema mercato, comprese le attività commerciali che sorgono in via Rosati?
  4. Se il mercato venisse spostato continuereste  ad andare a fare la spesa nel nuovo sito?

Grazie per il vostro impegno, il primo passo per la rinascita della nostra città

[Questo articolo è stato scritto con la collaborazione di Katia Basile e Domenico Mazzaro]

Si può cercare Metano in un quartiere periferico di una città?

Posted: 6th gennaio 2015 by francescopaologentile in Senza categoria
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Avete mai sentito parlare di subsidenza?

Wikipedia ci spiega che la subsidenza o subsistenza è un lento e progressivo abbassamento verticale del fondo di un bacino marino o di un’area continentale. Il fenomeno è particolarmente evidente nelle aeree di geosinclinale dove l’attività di sedimentazione produce imponenti serie detritiche, con spessori che possono essere di migliaia di metri; ciò è spiegabile solo ammettendo un lento abbassamento del bacino simultaneamente alla deposizione e all’accumulo dei sedimenti. La subsidenza può avvenire sia per cause naturali o essere indotta dall’uomo. Le cause che possono scatenare il fenomeno indotte da attività umane sono principalmente lo sfruttamento eccessivo delle falde acquifere e l’estrazione di petrolio o gas dal sottosuolo.

Nell’analisi fisica integrata del territorio della Provincia di Foggia si legge che vaste zone della nostra provincia sono soggette da tempo al fenomeno di subsidenza.

Dalla relazione si evince che il cedimento è causato da:

  • dall’estrazione di sostanze fluide o solide dal sottosuolo, ad esempio in aree nelle quali si pratica un intenso sfruttamento di giacimenti petroliferi o gassosi o in zone minerarie dove possono crearsi crolli di vecchie gallerie abbandonate;
  • dal costipamento di strati compressibili sotto l’azione di carichi concentrati e pesanti;
  • dall’emungimento di grandi quantità d’acqua per scopi industriali o irrigui da strati porosi (ad esempio sabbiosi) alternati a strati limoso-argillosi impermeabili.

Nel nostro territorio le località soggette al fenomeno della subsidenza sono le seguenti:

  • i dintorni di Cerignola (quadrante a Nord-Ovest della città);
  • i dintorni di Foggia (quadranti a sud e ad est, vedi ad esempio la Basilica di Madonna Incoronata (dove le crepe sulle sue pareti ne sono una testimonianza);
  • i dintorni di Lucera e di Ascoli Satriano.

CatturaCome se ciò non bastasse, in località Salice Vecchio, a circa 5 km dal centro abitato, la MEDOILGAS società laziale concessionaria delle trivellazioni nel nostro territorio che da Luglio 2014 risulta assorbita dalla multinazionale Britannica Rockhopper S.p.A, avrebbe da un po’ di tempo posto l’interesse  nel saggiare la presenza di idrocarburi attraverso la perforazione di un pozzo nella zona di “Masseria Conca” meglio conosciuta ai noi Foggiani come “Salice Vecchio”, quartiere non solo altamente residenziale ma anche di fortissima vocazione agricola. All’interno della concessione sono già stati perforati i pozzi di “Torrente Celone 1” e “Vigna Nocelli 1”, entrambi riscontrati produttivi ed il pozzo “Lucera 6” risultato invece sterile.

Se anche il pozzo esplorativo nella zona del Salice Vecchio, dovesse risultare positivo, ci chiediamo quali siano i criteri di ordine ambientale e sociale che autorizzerebbero l’estrazione del prezioso gas.

Innanzitutto la distanza del pozzo dalle case è sufficiente a salvaguardare i residenti da un eventuale incidente?

Ed inoltre, quali i criteri di salute ambientale sottesi ad un’autorizzazione che anche se concessa  a solo scopo esplorativo, per poter raggiungere la profondità stabilita durerebbe circa 28 giorni con lavori svolti a ciclo continuo (24 ore) ed un rumore costante pari a 42 decibel? Studi sugli effetti del rumore sull’organismo, hanno dimostrato che rumori tra i 35 e i 60 decibel sono capaci di alterare alcuni parametri dell’organismo. Gli studi effettuati si riferiscono ad un limite nettamente inferiore a 28 giorni senza interruzione.

Oltre ad un problema oggettivo di inquinamento acustico, ci sarebbe il rischio costante  causato da un incidente che comprometterebbe, inquinandola irrimediabilmente, la qualità delle acque nella falda sottostante.

Tale falda oltre ad essere utilizzata per irrigare i campi agricoli, viene anche utilizzata dai residenti per scopi di uso domestico (per es. bere o cucinare) non essendo la zona ancora allacciata alle condutture dell’Acquedotto Pugliese.

1Come si legge dal Piano Territoriale di Coordinamento della Provincia di Foggia (PTCP) alla pagina 213:

“Vaste zone della nostra Provincia sono soggette da tempo ad un lento fenomeno di subsidenza, Come è noto con tale voce si indica un abbassamento di più o meno estese porzioni di terreno. Il cedimento, che può essere anche di notevole entità, ha in genere cause riconducibili all’attività antropica.”

Secondo il PTCP, tra le zone soggette a sensibile subsidenza, ci sono i dintorni di Foggia, quadranti a sud  e ad est, ovvero proprio l’area interessata dalla suddetta trivellazione esplorativa.

Sempre dallo stesso documento, si evince che le crepe presenti sulle pareti della Basilica dell’Incoronata sono riconducibili al fenomeno appena descritto.

Un’altra domanda che noi cittadini ci chiediamo riguarda il tipo di tecnica utilizzata.

Una delle tecniche di estrazione di gas metano dal sottosuolo è la “fratturazione idraulica”, meglio conosciuta  con il termine anglofono “fracking”.

La tecnica sfrutta la pressione di un fluido, generalmente acqua, per creare e propagare una frattura in uno strato roccioso.

Diversi studi hanno confermato che la tecnica della fratturazione idraulica può produrre micro-sismi indotti e localizzati di intensità molto limitata, ma se i sedimenti sono superficiali ci possono essere seri problemi di stabilità, ne è un esempio il Rocky Mountain Arsenal in Colorado dove furono registrate una serie di scosse indotte con punte massime di magnitudo di 5.5 della scala Richter.

Considerando che il nostro territorio è catalogato come zona altamente sismica, una simile tecnica di estrazione potrebbe  accentuare il fenomeno provocando un sisma di una magnitudo tale da mettere in serio pericolo l’intera popolazione della Capitanata.

Il Consigliere Comunale Vincenzo Rizzi, su richiesta degli attivisti dell’associazione “FoggiAttiVa” ha presentato un’interrogazione al Sindaco e al Presidente del Consiglio Comunale, per chiedere se il Comune intende autorizzare la Rockhopper italia S.p.A. a procedere alle trivellazioni, in considerazione del fatto che durante la conferenza di servizi dello scorso  27 marzo del 2014 tenutasi negli uffici della Provincia di Foggia, l’allora Assessore all’Ambiente della giunta Mongelli, Pasquale Russo, non diede parere negativo, ma si riservò un tempo di 60 giorni  per valutare le azioni da intraprendere e per  avvalersi di una consulenza terza.

La richiesta dei cittadini che fanno riferimento a FoggiAttiVa con il tramite del Consigliere Comunale Vincenzo Rizzi, è che il Sindaco si adoperi affinché simili interventi non vengano mai autorizzati in prossimità di centri abitati.

[Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Katia Basile]

Foggia, fabbrica di armamenti chimici di Iprite e Fosgene

Posted: 15th dicembre 2014 by francescopaologentile in Senza categoria

Cos’è l’Iprite? È uno dei gas impiegati come arma chimica nella seconda guerra mondiale, successivamente, per il suo odore caratteristico, fu ribattezzato con  il nome di gas mostarda.

E cos’è il Fosgene? È un gas estremamente tossico e aggressivo, incolore dall’odore di fieno ammuffito. Anche questo gas, come l’Iprite, fu utilizzato durante la seconda guerra come arma chimica.

Cosa hanno in comune questi due gas, e come mai suscitano il nostro interesse nonostante siano stati catalogati dalle Nazioni Unite come armi di distruzione di massa le cui produzioni e stoccaggi furono messi al bando dalla Convenzione sulle Armi chimiche del 1993?

fabbrica di Irpite

In realtà sono in pochi a sapere che a Foggia, in via del Mare, in corrispondenza del cartello “Foggia città denuclearizzata”, all’interno della recinzione dei terreni dell’I.P.Z.S. (Cartiera),    durante la seconda guerra mondiale, c’era una fabbrica che produceva tali armamenti, e pare che i suoi resti e il sito della fabbrica abbandonata non siano stati mai bonificati e che per questo, ancora oggi, si corra il rischio di poter venire a contatto con i veleni che produceva.

Alcuni studiosi ipotizzano che la presenza della fabbrica nel nostro territorio fu una delle cause dei furiosi bombardamenti dell’estate del 1943 da parte degli alleati.

Cattura2La fabbrica oggi abbandonata, realizzata nel 1941 dai fascisti sotto la guida di esperti tedeschi (spacciata per fabbrica di birra) entrò in funzione nel 1943 per essere distrutta nello stesso anno, prima della ritirata dei Nazisti, sorge a ridosso di un centro abitato, ed è circondata da campi agricoli.

In un documento storico rinvenuto negli anni ’90 compaiono indicazioni minuziose su come si doveva procedere alla distruzione della “fabbrica della morte” che fu ordinata dall’alto comando tedesco. Il sito venne distrutto il 26 settembre del 1943. La scelta di questo giorno, in cui il vento non soffiava verso le linee nemiche distanti circa 10 Km, aveva il preciso intento di evitare che da esse potesse partire un contrattacco pensando che l’odore fosse dovuto ad un attacco chimico. La distruzione della fabbrica avvenne senza preoccuparsi minimamente di evitare la contaminazione dei resti e dell’area circostante, anzi furono posti dei cartelli che occultavano la reale natura della fabbrica. Ovviamente gli alleati non tardarono a comprendere di cosa si trattasse.

Presso l’archivio di stato di Foggia, è possibile reperire il carteggio con il quale il prefetto di Foggia nel 1948 tentò di adoperarsi per la bonifica del sito, utilizzando gli stessi operai che vi avevano lavorato, ma tale proposta non fu accolta dal Ministero della Difesa non ritenendo idoneo l’utilizzo di semplici operai per bonificare il sito, data l’elevata pericolosità. Ci sono testimoni che raccontano che per molti anni in tutta l’area che circondava la fabbrica non crebbe mai erba.

Dal Blog di Gianni Lannes http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2014/04/armi-chimiche-due-fabbriche-segrete.html, okgiornalista che si è già occupato della vicenda della fabbrica denunciando gli orrori presenti nel nostro territorio, si può leggere un documento che fu inviato al prefetto del capoluogo di capitanata in data 11 giugno 1948 a firma del ministro della Difesa.  Dal documento si legge quanto segue:

«Oggetto: Foggia – lavori di bonifica dell’ex centro Chimico Militare – Con riferimento a quanto segnalato con il telegramma a cui si risponde, si fa presente quanto segue: a) – i lavori di bonifica e sgombero macerie e materiali degli ex impianti di produzione aggressivi chimici di Foggia, non possono essere eseguiti che da personale specializzato, in quanto il personale stesso, durante il lavoro, deve essere munito di maschere antigas, guanti e indumenti protettivi, dati che esistono ancora sotto le macerie apparecchi contenenti quantità considerevoli di yprite e di fosgene; b) – i menzionati aggressivi, per il modo col quale vennero effettuate le distruzioni dai tedeschi, hanno inquinato, oltre le parti costituenti gli impianti, anche le macerie dei fabbricati crollati. Questo Ministero, pertanto, dopo attento e ponderato esame della questione, allo scopo di evitare possibili gravi infortuni, è venuto nella determinazione di far effettuare i lavori sopraccennati da personale di questa A.M., pratico di maneggio delle sostanze tossiche».

Sempre sul blog del giornalista, si legge che i cartelli con i quali si avvisava la popolazione del pericolo furono affissi solo nel 2008.

ok 3Ma com’è possibile che a Foggia, nonostante la Costituzione sancisca nell’articolo 32, la tutela della salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività, a distanza di 71  anni ci si debba ancora preoccupare di una fabbrica segreta nazi-fascista che produceva armamenti chimici? Una fabbrica che produceva in media una tonnellata di iprite al giorno, oggi è in uno stato di totale abbandono, e nonostante i terreni, dal suolo al sottosuolo furono contaminati, oggi non sono ancora pervenute notizie sull’avvenuta bonifica del territorio con il conseguente grave rischio di salute per i residenti e per chissà quante altre persone, considerando che l’area in questione è un terreno agricolo.ok 1

Il giorno 17 gennaio 2015 Il giornalista G. Lannes terrà presso la sala conferenza della libreria Ubik un convegno organizzato dall’Associazione di cittadini attivisti “FoggiAttiva” per informare la cittadinanza della fabbrica occulta creando nel contempo un dibattito sulla questione.

Il Consigliere Comunale Vincenzo Rizzi, su richiesta di FoggiAttiva si è fatto portavoce in Consiglio Comunale di un’interrogazione nella quale intende chiedere al Sindaco, al Presidente del Consiglio Comunale e all’assessore all’Ambiente di procedere ad istituire un tavolo tecnico con tutte le autorità competenti (Arpa, ASL, Istituto Superiore della Sanità, IZP, ecc.)  allo scopo di verificare se sussistono pericoli oggettivi per la salute pubblica e nel caso, di procedere ad una bonifica del sito.

(Per la realizzazione di questo articolo devo ringraziare Katia Basile)

Situazione dei Rom ad Arpinova

Posted: 5th dicembre 2014 by francescopaologentile in Senza categoria
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Classificare gli essere umani in cittadini di serie A o di serie B in base alla proprie origine, religione o cultura con il conseguente atto di ghettizzarli in quartieri ai margini della città o ancor peggio in campi dislocati nelle campagne limitrofe ai centri urbani, non va solo contro i principi della nostra Costituzione e della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, ma sul piano risolutivo, risulta essere il modo peggiore di affrontare questo tipo di problematiche della società.

La diversità, fin dalle nostre origini, è sempre stata una risorsa, se questo principio fosse adottato anche tra gli uomini, diventerebbe un’opportunità inestimabile. Spesso accade il contrario, e la diversità tra le persone serve solo a innalzare dei muri che con il tempo, a causa dell’ignoranza, si tramutano in scontri o ancor peggio in guerre vere e proprie.

Il territorio foggiano da anni è attanagliato dal degrado civile e sociale del campo rom sito in Arpinova, precipitato da troppo tempo nell’oblio delle amministrazioni locali. La disavventura dei residenti del campo rom di Arpinova trae la sua origine dalla guerra civile in Jugoslava che interessò i territori appartenenti alla Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia tra il 1991 e il 1995 causandone la sua dissoluzione. Alcuni dei profughi provenienti da Skopje, città Macedone al confine con la Serbia, per non essere vittime della pulizia etnica fuggirono in Italia. A Foggia molti di loro trovarono rifugio presso il campo di accoglienza in via San Severo.

L’odissea dei Rom Macedoni ad Arpinova ebbe inizio il 12 Marzo 2005, quando nel campo di via San Severo a seguito di un incendio, l’allora sindaco Orazio Ciliberti dichiarò il campo inagibile ed emanò una ordinanza di sgombero in seguito alla quale furono tutti trasferiti ad Arpinova in un ex Campo definito di“Prima Accoglienza”. La permanenza presso il campo di Arpinova, secondo quanto riferito dai Macedoni, doveva essere transitoria e non superare i 6/9 mesi, ma ciò non avvenne. Nel frattempo nonostante l’ordinanza di sgombero, il Campo Container di via San Severo ospita, a tutt’oggi, nuclei familiari di Italiani senza tetto.

L’incendio di via San Severo non fu certo una fatalità se si considera che nel campo di Arpinova in questi anni sono scoppiati altri due incendi e ciò nonostante, oggi il campo presenta il medesimo livello di rischio continuando ad essere privo di un qualsiasi impianto di prevenzione e gestione incendi ed il pericolo che si ripeta il tremendo evento del 19 dicembre 2008, quando si incendiarono una quindicina di roulotte e baracche culminato con il tragico epilogo della morte di un bambino di due anni.

Nell’Ottobre 2006 il campo risultava così censito: 103 nuclei familiari, con 218 persone di età adulta e 185 persone minorenni  (di cui 80 iscritte a scuole di vario tipo).

A distanza di otto anni risulta che i nuclei familiari si siano quasi dimezzati passando da 103 a 66 (9 famiglie Italiane, 1 Rumena, 1 Croata, 1 Serba, 54 Macedoni) con 184 adulti a fronte dei 218 del censimento precedente e 151 minori che non frequentano con regolarità le scuole dell’obbligo. Dato non trascurabile è che la maggioranza degli abitanti del ghetto di Arpinova è nato in Italia da ormai due generazioni.

Le cause della non scolarizzazione sono da ricercarsi in diversi fattori, quali:

  • La distanza del campo dalla città e la mancanza di un servizio di collegamento di trasporto pubblico efficiente;
  • Problemi d’iscrizione alla scuola dell’obbligo e presumibilmente anche a un mancato controllo delle autorità competenti;
  • Ignoranza da parte dei genitori che trascurano l’importanza della scolarizzazione.

DSC04758Una politica che tende ad integrare le persone minorenni nella nostra società è più importante di una politica che miri ad integrare gli adulti, più restii ad integrarsi. Pertanto, se si adottasse già dal presente una politica che miri all’integrazione, nel pieno rispetto delle diversità culturali, nel futuro avremmo degli adulti più inclini ad integrarsi e ad integrare le minoranze etniche nella nostra società. Se anche i nostri bambini iniziassero a formarsi nelle scuole confrontandosi con bambini che hanno una cultura differente, come già avviene nelle città di tutto il mondo,  domani diventeranno degli uomini naturalmente propensi a considerare la diversità come una risorsa.

Interessarsi alla situazione nella quale vivono le persone ospitate nel campo di Arpinova dovrebbe essere un dovere delle istituzioni locali, non solo per chi è costretto a vivere in quella situazione, ma anche per i cittadini che subiscono il degrado vivendo vicino al campo, o per quelli che potrebbero subirne le conseguenze anche a diversi km di distanza. Le gravi condizioni igienico-sanitarie costituiscono la situazione ideale per far insorgere focolai di epidemie che potrebbero facilmente ripercuotersi sull’intera popolazione sia del campo che dei centri abitati vicini, Foggia compresa. Si veda in merito la relazione della Facoltà di Veterinaria che ha accertato la medesima morbilità fra i minori della Comunità ed i cani (peraltro questi ultimi non sono sottoposti a controlli ASL). Infatti negli scorsi anni all’interno del campo si sono già registrati casi di legionellosi e leishmaniosi.

La situazione riscontrata ultimamente nel campo si riassume nei seguenti punti:

  • All’interno del Campo non esiste una condotta fognaria e i liquami vengono raccolti all’interno di pozziDSC04765 neri non svuotati regolarmente e non sufficienti al fabbisogno della comunità, ed è continua la fuoriuscita di liquami dai tombini. All’esterno essi formano delle pozzanghere, ruscellamenti sul bordo stradale e, in alcuni tratti, perfino sul manto stradale, finendo anche nei campi agricoli limitrofi, in spregio delle più comuni norme igieniche;
  • La raccolta dei rifiuti la raccolta dei rifiuti è discontinua e, quando vi è un accumulo, la spazzatura viene incendiata dai nomadi stessi, anche con frequenza settimanale. Questo metodo, vietato dalla legge e notoriamente nocivo, mette a repentaglio non solo la salute di coloro che si trovano nel campo, ma anche quella dei cittadini che vivono nelle aree vicine. A ciò si aggiunge il fatto che la diossina e tutte le altre componenti tossiche sprigionate dalla combustione dei rifiuti contaminano le coltivazioni limitrofe, penalizzando gravemente la produzione agricola locale;
  • L’impianto elettrico è fatiscente. All’interno del campo sono presenti diverse colonnine alle quali potersi aallacciare per il prelievo di energia elettrica, queste torrette pur stando all’esterno sono ormai prive delle sicurezze necessarie e non sono opportunamente isolate dall’acqua. Alzando lo sguardo in alto è possibile osservare un reticolo di cavi elettrici allacciati ai pali dell’illuminazione che prelevano la corrente in maniera abusiva e la trasportano all’interno delle baracche artigianali o container. Essendo questi allacci eseguiti sicuramente senza il rispetto delle norme di sicurezza possono rappresentare un grave rischio per l’incolumità.
  • La maggior parte dei residenti del campo vive all’interno di container ormai fatiscenti per l’usura. Molti di questi container non hanno più le condotte dello scarico ed alcuni di essi scaricano le acque di servizio nelle immediate vicinanze del container formando i pericolosi anzidetti ristagni d’acqua. Quelli che non dispongono dei container vivono in condizioni igienico-sanitarie molto più delicate, alcuni sopravvivono in roulotte fatiscenti, altri in baracche di cui alcune hanno il tetto in amianto. Sia i primi che i secondi non dispongono di acqua potabile e bagni.

L’acqua, fino al mese di dicembre 2013  veniva a  loro offerta volontariamente dall’occupante di un container che la mise a disposizione di tutti, mediante una pompa situata al centro del campo, la sua fornitura di acqua potabile. Siccome la pompa non era dotata di rubinetto questa riversava costantemente acqua, h24, con un grave spreco e alimentando le pozze d’acqua e il ruscellamento sulla strada provinciale. Invece di provvedere a mettere un rubinetto si è vietata la fornitura d’acqua ed ora i 15 nuclei familiari prive di container, 25 minori e 33 adulti, devono approvvigionarsi d’acqua mediante il riempimento di contenitori.

Ad oggi, su nostra richiesta, sono state già presentate due interrogazioni una in Parlamento dalla Senatrice Daniela Donno e una all’Europarlamento dal Europarlamentare Ignazio Corrao entrambi del M5S.

Allego i link delle interrogazioni:

Le cattive condizioni igienico sanitarie furono segnalate anche alle autorità competenti con un esposto protocollato negli uffici del centro d’igiene a Foggia a novembre 2013, oltre ad aver più volte allertato l’ex sindaco Mongelli della situazione in cui versa il campo, il quale si è sempre solo limitato, per quando ci risulta, dopo le nostre segnalazioni, a interventi che miravano a ripristinare momentaneamente la grave situazione igienico sanitaria del campo.

Il Consigliere Comunale Vincenzo Rizzi ha presentato anch’egli una interrogazione al Sindaco e al Presidente del Consiglio Comunale nella quale si chiede di sapere:

  • che il Comune individui non meno di cinque (5) aree da assegnare secondo l’unico criterio possibile vincente, quello della famiglia estesa.
  • che il comune si faccia promotore di politiche d’integrazione ipotizzando anche progetti tesi all’autocostruzione delle abitazioni.
  • di sapere come sono stati spesi i fondi per urbanizzare l’area del campo.
  • di sapere quanti fondi si spendono ancora oggi per lo stesso campo.
  • di avere l’elenco completo di tutte le aziende/ditte appaltate per la gestione del campo, comprensivo di capitolato.
  • Se il Sindaco intende prendere provvedimenti per l’emergenza sanitaria in essere nel campo.
  • come l’amministrazione intenda garantire i diritti dei minori a partire dal diritto a poter frequentare scuola dell’obbligo.
  • Se il Comune ha un piano di integrazione che preveda lo smantellamento del campo rom di Arpinova.

Reflui, una risorsa o un problema?

Posted: 30th settembre 2014 by francescopaologentile in Senza categoria
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Funzionamento regolare.

Funzionamento regolare.

Reflui che transitano dal depuratore di Foggia senza essere trattati.

Reflui che transitano dal depuratore di Foggia senza essere trattati.

La società moderna fa fronte ad un sempre crescente consumo di acqua. Conseguentemente, nelle reti fognarie viene versato un quantitativo di liquidi maggiore rispetto al passato,  da ciò la necessità per molti depuratori di adeguarsi al nuovo fabbisogno.  Dopo aver osservato il funzionamento del depuratore di Foggia, ho potuto constare come svariate volte, lo stesso non è entrato in funzione al verificarsi di piogge. Mi domando, a questo punto, se il nostro depuratore sia effettivamente dimensionato alle reali esigenze della città.

 Si ravvisa pertanto la necessità di disporre di depuratori efficienti, oggi più del passato, oltre al fatto che oggi nei fiumi, nei laghi e nei mari viene versata una quantità di scarichi superiore alla loro capacità naturale di auto depurarsi compromettendo irrimediabilmente l’ecosistema, e anche la composizione delle sostanze contenute nei reflui, ovvero un maggior quantitativo di prodotti chimici.

20140925_165154

Reflui non trattati immessi nel canale Faraniello

La normativa italiana in materia di acque predispone, visti i D.Lgs. 11 maggio 1999, n.152 e s.m.i., un corposo programma di tutela dei corpi idrici dall’inquinamento. Il decreto recepisce, tra l’altro, la direttiva comunitaria 91/271/CEE concernente il trattamento delle acque reflue urbane, che costituisce in questo ambito la norma di riferimento per gli Stati membri della UE. Oltre a disciplinare gli scarichi mantenendo, almeno in una prima fase transitoria, valori limite di concentrazione per le varie sostanze contenute nelle acque reflue, il decreto concentra l’attenzione sulla qualità del corpo idrico recettore prevedendo lo sviluppo di attività di monitoraggio per la quantificazione del danno ambientale esercitato dall’uomo ed offrendo le basi per la ricerca di sistemi di depurazione “appropriati” in base a specifici obiettivi di qualità delle acque naturali. L’entrata in vigore del D.M. del 18 settembre 2002, n. 198 “Modalità di attuazione sullo stato di qualità delle acque, ai sensi dell’art. 3, comma 7, del D.Lgs. 11 maggio 1999, n. 152″ che prevede che vengano trasmessi ad APAT(Agenzia per la protezione dell’ambiente e per i servizi tecnici) dalle Regioni e Province Autonome i dati conoscitivi, le informazioni e relazioni sullo stato di qualità delle acque, secondo le modalità e gli standard informativi specificati dal Decreto entro e non oltre le scadenze temporali previste dal decreto, consentirà di superare la carenza di informazioni attualmente disponibili in materia. In particolare, le informazioni relative alle pressioni riguardano i Settori 2 (Disciplina degli scarichi) e 3 del Decreto (Protezione delle acque dall’inquinamento da nitrati provenienti da fonti agricole).

Visto che il torrente Candelaro è il corso d’acqua di superficie più inquinato della Puglia, che nella nostra provincia non c’è una industrializzazione tale da giustificarne il suo stato d’inquinamento, che le analisi indicano che lo stato d’inquinamento è costante tutto l’anno quindi non riconducibile alla stagionalità del settore agricolo, si può presumere che la causa sia da ricercarsi prevalentemente nel cattivo funzionamento dei depuratori che direttamente o indirettamente versano le acque reflue lavorate nel suddetto torrente . Se così fosse ci sarebbe da domandarsi se le norme e le procedure sopra descritte siano state correttamente recepite anche nella nostra Provincia/Regione.

20140929_113759

Stazione di pompaggio abusiva

E’ possibile riutilizzare le acque reflue? Il riutilizzo delle acque reflue depurate porterebbe non pochi vantaggi con un approvvigionamento idrico costante per alcune attività nelle quali non è necessario utilizzare acque di elevata qualità come ad esempio l’irrigazione, il lavaggio delle strade, per l’alimentazione dei sistemi di riscaldamento e raffreddamento e per l’alimentazione delle reti duali di adduzione, in campo industriale per la disponibilità dell’acqua antincendio e per i lavaggi dei cicli termici.

La normativa con la quale viene regolata il riutilizzo delle acque reflue lavorate è il Decreto del 12 giugno 2003, n. 185 “Regolamento recante norme tecniche per il riutilizzo delle acque reflue in attuazione dell’articolo 26, comma 2, del decreto legislativo 11 maggio 1999, n. 152″.

Tra i vantaggi del riciclo dei reflui lavorati per alcune attività, oltre a  quelle già descritte, c’è quello di non sfruttare le acque di superficie e di falda, oltre ad un notevole risparmio dell’utilizzo di acqua potabile visto che il trattamento di potabilizzazione dell’acqua per il consumo domestico ha dei costi nettamente superiori rispetto al trattamento che occorrerebbe per rendere le acque idonee agli usi sopra descritti, tenuto conto che le acque idonee all’utilizzo domestico rappresentano una risorsa sempre più preziosa e difficilmente reperibile.

I 21 automezzi acquistati usati dall’ATAF di Foggia

Posted: 26th settembre 2014 by francescopaologentile in Senza categoria
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20140926_111252 Vi ricordate i mezzi acquistati usati dall’ATAF? 15 da Roma e 6 da Ancona per tamponare alla mancanza di finanziamenti nazionali/regionali e quindi la possibilità di poter acquistare dei mezzi nuovi?

In teoria la Regione dovrebbe rinnovare i mezzi ogni tre anni con l’acquisto di circa 20 automezzi per la città di Foggia, ma a causa dei tagli al Ministero dei trasporti l’ultimo acquisto di mezzi nuovi risale ai 5 acquistati nel 2009.

I dirigenti dell’ATAF affermano che se non si fosse ricorso all’acquisto dei mezzi usati non si sarebbe potuto più garantire il servizio e che comunque il problema di un parco macchine vecchio e in adeguato non è un problema solo nostrano, ma Nazionale, perché il mancato finanziamento e il mancato acquisto di mezzi nuovi è per tutta la Nazione.

Ma quali sono stati i criteri con i quali sono stati acquistati i mezzi usati da Roma e da Ancona?

Iniziamo a fare una considerazione, la vita media di un mezzo di un autobus è di 10 anni, quelli di Roma acquistati nel 2012 sono stati immatricolati nel 1999, quindi mezzi immatricolati 13 anni prima. I mezzi di Ancona sono stati immatricolati nel 2000, quindi mezzi di 14 anni fa.

Ma i dati che ci dovrebbero far comprendere la qualità dell’acquisto fatto sono i km percorsi dai singoli mezzi dopo essere stati messi in servizio a Foggia. Osservando la scheda riassuntiva dati dei mezzi acquistati dal Comune di Foggia negli anni 2012 – 2014 possiamo comprendere la qualità dei mezzi acquistati?

Io ci provo, e ovvio che la mia sarà l’analisi di un cittadino che si limita ad analizzare dei numeri e che non è competente della materia.

Per i 15 mezzi acquistati da Roma è possibile fare un analisi su 23 mesi di servizio, su quelli provenienti da Ancona l’analisi è di soli 4.5 mesi.

Un mezzo per definirsi affidabile dovrebbe percorrere dai 60 agli 80 mila km all’anno, quale è stata la media dei km percorsi dai 15 mezzi di Roma? In totale hanno percorso 754434 km, in media 50295,6 km a testa. Come detto è una media che ci dovrebbe far comprendere come essendo un dato di 23 mesi e non di 12 mesi hanno percorso meno della metà di quella che sarebbe dovuta essere la loro percorrenza, ma i dati che fanno riflettere sono i km percorsi dal mezzo targato EK674AJ che ci è costato 21 mila euro ed ha percorso la bellezza di zero km, che è successo a questo mezzo? Con quale criterio è stato acquistato se non ha potuto percorrere neanche un solo km? Il mezzo targato EK675AJ non è più circolante dopo aver percorso 456 km.

Altri numeri che ci fanno riflettere sono i costi di manutenzione a fronte dei km percorsi, ad esempio, il mezzo targato EK283AJ oltre ai 21 mila euro spesi per acquistarlo si sono dovuti spendere 42381 euro di manutenzione e nei 23 mesi in esame ha percorso  13237 km. Il mezzo targato EK673AJ costato come tutti i mezzi acquistati da Roma 21 mila euro ci è già costato 22876 euro per la manutenzione, riuscendo a percorrere sempre nei 23 mesi in esame, 41202 km.

A fronte di una spesa di 315 mila euro per acquistare i 15 mezzi da Roma ci sono già costati 203 mila euro per i soli costi di manutenzione.

Visto i km percorsi dai 15 mezzi e i costi di manutenzione si può considerare l’acquisto fatto essere considerato un buon acquisto? considerando anche che dei 15 mezzi uno è stato da subito non funzionante e un altro è stato fermato e non più circolante dopo soli 456 km? Con che criterio sono stati acquistati questi due mezzi? Cosa è successo per renderli inutilizzabili da subito?

Del mezzo che ha percorso zero km abbiamo pagato anche una copertura assicurativa? E del mezzo che ne ha percorsi solo 465 km è stata possibile sospenderla e girarla su un altro mezzo?

20140926_111700Il mezzo che ha all’attivo il maggior numero di km percorsi  nei 23 mesi in esame è quello che ne ha percorsi 103110 ed è quello targato EK309AJ che oltre al costo iniziale ha subito manutenzioni per un costo ulteriore di 16444 euro.

I sei mezzi acquistati da Ancona ci sono costati 90 mila euro, 15 mila l’uno, e nei 4,5 mesi di utilizzo ci sono costati già 3021 euro in manutenzione percorrendo 74775 km, in media 12462,5 km a mezzo, andando da un minimo di 4813 km (mezzo targato ET887YL) ad un massimo di 17218 km (mezzo targato ET891YL).

Volendo considerare di 60 mila km la percorrenza minima annua di un mezzo per considerarlo efficiente (dato preso dal sito MAN Bus Italia riferito alla redditività d’impiego di un loro mezzo) questo in 4 mesi avrebbe dovuto percorrere circa 26 mila km, quindi il mezzo al momento migliore del blocco di Ancona è in passivo di più di 9 mila km (calcolo approssimativo) nei primi 4,5 mesi di utilizzo.

Segue la tabella che è stata copiata dall’allegato consegnato dall’ATAF al Comune di Foggia il 19 settembre 2014 con protocollo 3341/2

Autobus ex ATAC Roma:

targa

marca

anno

telaio

Costo di acquisto

Costo mnz

Km percorsi

tipo

imma.

n°.

EK282AJ BMB M 240 LU/3P/22 Urb

1999

2909433

€ 21.000

€ 13.908

98963

EK283AJ BMB M 240 LU/3P/22 Urb

1999

2929435

€ 21.000

€ 42.381

13237

EK284AJ BMB M 240 LU/3P/22 Urb

1999

2799422

€ 21.000

€ 5.981

33864

EK306AJ BMB M 240 LU/3P/22 Urb

1999

2719171

€ 21.000

€ 16.684

52832

EK307AJ BMB M 240 LU/3P/22 Urb

1999

2749174

€ 21.000

€ 18.414

77521

EK308AJ BMB M 240 LU/3P/22 Urb

1999

3329475

€ 21.000

€ 21.446

89823

EK309AJ BMB M 240 LU/3P/22 Urb

1999

2819424

€ 21.000

€ 16.444

103110

EK669AJ BMB M 240 LU/3P/22 Urb

1999

3169460

€ 21.000

€ 12.609

42220

EK670AJ BMB M 240 LU/3P/22 Urb

1999

2769419

€ 21.000

€ 9.232

92960

EK671AJ BMB M 240 LU/3P/22 Urb

1999

3619504

€ 21.000

€ 7.950

8372

EK672AJ BMB M 240 LU/3P/22 Urb

1999

2989441

€ 21.000

€ 7.941

36814

EK673AJ BMB M 240 LU/3P/22 Urb

1999

2899432

€ 21.000

€ 22.876

41202

EK674AJ BMB M 240 LU/3P/22 Urb

1999

3119454

€ 21.000

€ 0

0

EK675AJ BMB M 240 LU/3P/22 Urb

1999

2939436

€ 21.000

€ 465

456

EK676AJ BMB M 240 LU/3P/22 Urb

1999

2249353

€ 21.000

€ 7.058

63060

 

Autobus ex CONEROBUS Ancona:

targa

marca

anno

telaio

Costo di acquisto

Costo mnz

Km percorsi

tipo

imma.

n°.

ET887YL DESIMON UL1 311 C2

2000

180741

€ 15.000

€ 203

4813

ET888YL DESIMON UL1 311 C2

2000

180744

€ 15.000

€ 299

11484

ET889YL DESIMON UL1 311 L G2 PL

2000

18P758

€ 15.000

€ 805

14874

ET890YL DESIMON UL1 311 L G2 PL

2000

18P763

€ 15.000

€ 493

14645

ET891YL DESIMON UL1 311 L G2 PL

2000

18P761

€ 15.000

€ 466

11741

ET892YL DESIMON UL1 311 L G2 PL

2000

18P757

€ 15.000

€ 755

17218

 

L’ATAF ha programmato di percorrere circa 3 milioni e 800 mila km all’anno da coprire con 53 automezzi, circa 1200 corse giornaliere, visto il rendimento dei mezzi acquistati da Roma e Ancona quanti km annui dovrebbero percorrere i restanti mezzi?

Chiediamo il resoconto per tutti bus (con il telerilevamento in funzione su tutti i bus) dei km effettivamente percorsi e dei premi assicurativi pagati, inoltre, come mai la resa chilometrica dei carburanti sui bus di Foggia raggiunge il 50% della media che in teoria dovrebbero percorrere?

(Per la realizzazione di questo articolo devo ringraziare il grande aiuto dei miei amici Attivisti del M5S di Foggia Marino Talia e Vincenzo Rizzi, senza dei quali questo argomento e questi dati non avrei mai potuto affrontarlo e avere i dati utili)

L’euro è una moneta con corso forzoso?

Posted: 1st settembre 2014 by francescopaologentile in Senza categoria

aldo_giannuliIn un agorà a Festella il professore Aldo Giannuli ha spiegato ai presenti, in modo semplice e con parole molto chiare, cos’è l’euro.

Procuratevi una banconota di euro di un qualsiasi taglio e verificate se quello che leggerete corrisponde al vero, se avete ancora una banconota in lire potrete fare velocemente i dovuti confronti.

mille lire 2Avete mai osservato bene una banconota di euro?

  1. Non c’è scritto da nessuna parte pagabile a vista al portatore, questo perché la BCE non ha una riserva aurea.
  2. Non c’è scritto da nessuna parte “la legge punisce i fabbricanti e gli spacciatori di biglietti falsi”, come mai? Osservate la bandiera, vicino alla bandiera ci sono gli acronimi della così detta Banca Centrale Europea nelle varie lingue, ma prima c’è è quello del Copyright.

Avete mai visto un francobollo,  una marca da bollo, una banconota con il simbolo del copyright? Il copyright è per sua natura un istituto di diritto privato, la moneta per sua natura è un istituto di diritto pubblico, tante vero che se un esercente si rifiutasse di accettare il pagamento in euro e chiedesse il corrispettivo in dollari, in teoria, commetterebbe un reato perché, la moneta in quando istituto di diritto pubblico, ha corso forzoso, quindi si è obbligati ad accettarla.image-2

Ma l’euro è una moneta che ha corso forzoso? Quella che noi chiamiamo Banca Centrale è un accordo di natura privatistica fra banche centrali nazionali che restano proprietarie della riserva aurea. Tecnicamente la banconota di euro è l’equivalente di una cambiale, o di un qualsiasi titolo di pagamento di diritto privato. E’ in funzione di moneta perché l’accettiamo come tale, se ad esempio dovesse esserci una crisi di tipo Giapponese o Argentino possiamo essere sicuri che l’euro continui ad essere riconosciuta come banconota?

Oggi se un esercente si rifiutasse di accettare un pagamento in Euro e chiamassimo un agente di polizia questo forse obbligherebbe ad accettare il pagamento, ma un domani se … non si si può dire!