Iprite a Km zero?

Posted: 18th giugno 2015 by francescopaologentile in Senza categoria
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In riferimento alla fabbrica di armi chimiche di Foggia risalente alla Seconda Guerra Mondiale, in un documento che è possibile recuperare presso l’archivio di stato cittadino, si legge:

ministro della difesaCon riferimento a quanto segnalato con il telegramma a cui risponde, si fa presente quanto segue:

  1. – i lavori di bonifica e sgombero macerie e materiali degli ex impianti di produzione aggressivi chimici di Foggia, non possono essere eseguiti che da personale specializzato, in quanto il personale stesso, durante il lavoro, deve essere munito di maschere antigas, guanti, e indumenti protettivi, dato che esistono ancora sotto le macerie apparecchi contenenti quantità considerevoli di yprite e di fosgene;
  2. I menzionati aggressivi, per il modo col quale vennero effettuate le distruzioni dai tedeschi, hanno inquinato, oltre le parti costituenti gli impianti, anche le macerie dei fabbricati crollati.

 

Questo Ministero, pertanto, dopo attento e ponderato esame della questione, allo scopo di evitare possibili gravi infortuni, è venuto nella determinazione di far effettuare i lavori sopraccennati da personale di questa A.M., pratico di maneggio delle sostanze tossiche.

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Questo documento di cui ho riportato parte del testo, fu redatto dal ministero della difesa in data 20 giugno 1948 con numero di protocollo 110519 a firma dell’allora ministro Rodolfo Pacciardi, con l’intento di rispondere alla richiesta del Prefetto della Provincia di Foggia di poter bonificare il sito utilizzando la manodopera locale, gli stessi operai che avevano lavorato in quella che ufficialmente doveva essere una fabbrica produttrice di birra. Stiamo parlando di due gas altamente tossici come l’iprite e il fosgene che successivamente, furono banditi dalla Convenzione sulle armi chimiche del 1993. Sempre nei carteggi presenti negli archivi di stato è presente l’intera corrispondenza e l’elenco completo dei nominativi degli operai selezionati con  le loro generalità.

Il sito in oggetto si trova a Foggia in via del Mare, all’interno della recinzione dei terreni dell’IPZS (ex Cartiera), all’altezza del cartello che informa che si è giunti nel comune di Foggia con il rassicurante segnale informativo “Foggia città denuclearizzata”.

La fabbrica entrata in funzione nel 1943 fu distrutta nello stesso anno proprio dai tedeschi che la avevano costruita, quando le truppe Americane, ormai giunte alle porte della città a 10 km a sud di Foggia, erano pronte ad entrare.

In un importante documento scoperto nei primi anni ’90, reperibile nel National Archives and Record Service di Washington, sono riportate in maniera minuziosa le istruzioni dell’alto comando tedesco su come  procedere alla distruzione del sito della fabbrica. Gli impianti furono fatti saltare il 26 settembre 1943 alle ore 11 dopo che i tedeschi si accertarono che il vento non soffiasse verso le truppe  Americane. L’intento era quello di sventare il pericolo di un contrattacco proveniente dalle linee nemiche, qualora in seguito all’esplosione, si fosse generata una nuvola di egressivo chimico e che la direzione del vento la trasportasse fino alle linee nemiche facendogli erroneamente credere si trattasse di un attacco chimico.

Ad oggi, dopo più di 70 anni dalla distruzione della fabbrica, non si hanno notizie sull’avvenuta bonifica del sito e dell’area circostante caratterizzata da terreni agricoli.

Quanti di voi conoscono i gas in oggetto e quali sono i rischi per i cittadini qualora venissero accidentalmente a contatto con questi aggressivi chimici?

Per l’approfondimento sulla natura ed i rischi per la salute di questi gas, ho interpellato un medico chirurgo ,il dottor Marcello Menga. Qui di seguito la sua relazione.

Sotto la definizione generica di gas nervini  (o neurogas, dall’inglese nerve gases), si comprendono degli aggressivi chimici impiegati ad uso bellico.

La loro classificazione risponde a diversi criteri. In base al loro effetto principale si identificano:

  • 1) Irritanti leggermente tossici e non letali (lacrimogeni, urticanti, starnutatori). Queste sostanze vengono utilizzate o come mezzo sfollagente da parte delle forze dell’ordine (gas lacrimogeni), o come repellenti per l’Uomo e gli animali;
  • 2) Vescicanti, o vescicatori, sempre letali (iprite e mostarde azotate, lewisite ed arsenicali);
  • 3) Soffocanti, od asfissianti, sempre letali (fosgene e cloropicrina);
  • 4) Veleni sistemici, sempre letali (cianuri, fluoroacetati ed organofosforici);
  • 5) Inabilitanti psichici: allucinogeni (LSD, 25dietilamide dell’acido lisergico e mescalina);
  • 6) Insetticidi, mai letali se non a dosaggi elevati (carbamati);
  • 7) Eccitanti psichici disinibitori: letali ad elevate concentrazioni, sono utilizzati più sulle proprie truppe che non sui nemici, ad esempio per vincere il senso di paura prima di ordinare un attacco (“mal di trincea”) . Questa categoria comprende sostanze di differente origine, natura chimica, tipologia d’azione. Si va dall’alcool alla cocaina, all’amfetamina, all’ecstasy, al crack, al protossido d’azoto (gas esilarante).
  • 8) Deprimenti psichici o sedativi: letali ad elevati dosaggi e non di facile somministrazione, anche questa categoria include sostanze diversissime, dalla morfina, ai barbiturici (tra cui il famigerato Pentothal o “siero della verità”), ai gas soporiferi.

 VESCICANTI (o VESCICATORI ). Comprendono: le mostarde (iprite), le mostarde azotate (azoiprite) e gli arsenicali (lewisite).

L’iprite, meglio nota come mostarda, è il capostipite di questi composti e prende il nome dal luogo (Ypres in Belgio) che ne vide il primo impiego nella Prima Guerra Mondiale quando entrò in uso presso i vari eserciti la maschera antigas che rendeva innocui gli agenti soffocanti, quali il fosgene e l’ossido di carbonio.

Un esteso uso di questo composto è avvenuto anche durante la guerra tra Iran e Iraq negli anni ’80. L’iprite è tuttora responsabile di incidenti sulle coste di Danimarca e Svezia a carico di pescatori che entrano in contatto con armi chimiche affondate al termine della Seconda Guerra Mondiale.

A differenza degli asfissianti non sono considerati obsoleti ed il loro impiego é definito strategico per  l’interdizione di aree (retrovie, centri logistici, nodi di comunicazione, centri abitati, etc.).

Gli agenti vescicanti sono modicamente persistenti per cui uccidono in qualche ora, inesorabilmente (letalità a medio termine).

Sono questi gli aggressivi che esplicano oltre all’azione di contatto anche un’azione anticolinesterasica con manifestazioni prevalentemente muscariniche: scialorrea, nausea, vomito. Va notato che i composti del gruppo dell’iprite attraversano la cute integra allo stato di vapore.

Ovvero questi aggressivi, venendo a contatto con la superficie del corpo, provocano un’irritazione profonda con successiva formazione di vesciche, piaghe, ulcerazioni estese, a causa del blocco proliferativo attuato sullo strato germinativo (lo strato più profondo e vitale) della cute e delle mucose. A livello cutaneo causano la formazione di eritema, vescicole, bolle accompagnate da prurito, bruciore e dolore; le lesioni evolvono verso la necrosi e possono esitare in aree di ipo od iper pigmentazione e di atrofia cutanea. Si determina così in progressione la dermatite bollosa, la dermatite esfoliativa e la dermatite necrotica, dolorosissime e difficili da curare. Queste manifestazioni cliniche sono soggette a complicanze infettive che possono esitare in setticemia, sepsi, gangrena, tutte condizioni potenzialmente letali. Proteggere la cute in tutta la sua superficie é problematico, se non ricorrendo a pesanti attrezzature (tuta integrale contro la guerra chimica).

La lewisite e le ossime di fosgene che si distinguono, dal punto di vista clinico, soprattutto per la comparsa immediata del dolore e dei danni cutanei, mentre nell’iprite compaiono a distanza di almeno due ore dall’applicazione.

I vescicanti agiscono pure tramite un meccanismo di alchilazione del DNA e di altre strutture cellulari (ribosomi, membrane cellulari) causando effetti citotossici, citostatici e mutageni che si rendono più evidenti sull’epitelio cutaneo e sull’apparato gastro-intestinale.

Con la cute gli occhi e le vie aeree entrano per primi in contatto con i vescicanti. In una fase successiva si possono osservare effetti però anche a carico del sistema emopoietico, gastro-intestinale e nervoso centrale.

I danni oculari consistono soprattutto in ulcerazioni ed erosioni corneali che possono esitare in opacità corneali di vario grado, sino a causare cecità.

L’inalazione di vescicanti è causa di importanti effetti acuti e cronici. Nel primo caso

possono comparire tosse, afonia, anosmia, epistassi, oppressione respiratoria, dispnea; il quadro clinico principale è quello di una bronchite o polmonite di tipo chimico che può complicarsi con un’infezione batterica dopo 4 o 5 giorni dall’esposizione.

I principali effetti di tipo cronico consistono nella comparsa di bronchiectasie, atelectasie ed enfisema polmonare.

La morte avviene in genere dopo alcuni giorni o settimane ed è in genere determinata dai danni dell’apparato respiratorio cui segue una sepsi favorita dalla compromissione del sistema immunitario.

IPRITE

gc3a1s-mostardaIl dott. Stewart F. Alexander, inviato a Bari dopo il “disastro” causato dall’attacco aereo tedesco del 2 dicembre 1943 in cui furono distrutte ed affondate ben 28 navi, tra cui almeno una, la statunitense J. Harvey, aveva nella stiva un ingente quantitativo di iprite, conservò molti campioni di tessuto dalle vittime sottoposte ad autopsia e dopo la seconda guerra mondiale questi campioni hanno aiutato lo sviluppo di una prima forma di chemioterapia a base di iprite, la mecloretamina. A conseguenza di questo incidente, fu creato dagli Alleati un programma di ricerca segreto sugli effetti dei gas sull’Uomo. A studiare l’effetto dell’azotoiprite furono chiamati due scienziati dell’università di Yale, Louis Goodman e Alfred Gilman. Studiando gli effetti mielotossici selettivi che si erano riscontrati su sopravvissuti agli effetti vescicanti dell’iprite a Bari, (effetti per altro già individuati nel 1919 da Edward ed Helen Krumbhaar, una coppia di patologi americani, su pochi reduci intossicati dal gas dopo il suo massiccio impiego bellico nella prima guerra mondiale e che, pubblicati su una rivista medica secondaria, passarono inosservati agli oncologi del tempo), diedero il via ad una sperimentazione controllata dapprima su modelli animali e poi su alcuni malati di neoplasie di origine linfatica. Riscontrarono remissioni significative, anche se di breve durata, ma i risultati non poterono essere pubblicati se non dopo la fine della guerra, per il vincolo di segretezza che copriva il programma militare. Fu comunque il primo tentativo di terapia antitumorale attraverso un approccio farmacologico a poter vantare un certo grado di successo, e viene per questo considerato l’atto di nascita della moderna chemioterapia.

ASFISSIANTI (O SOFFOCANTI): Si tratta di sostanze ormai obsolete, dal momento che penetrano soltanto attraverso le vie respiratorie e sono facilmente neutralizzate dalle più comuni maschere antigas. Sono tutti irritanti delle vie respiratorie. La risposta flogistica si estrinseca con edema che impedisce la respirazione: a livello della glottide (laringe) e dei bronchi con connesso spasmo muscolare che provoca un quadro simil-asmatico, che impedisce ulteriormente l’ingresso dell’aria nei polmoni; a livello degli alveoli e del setto interalveolare, causando edemi polmonari massivi e letali. Il quadro clinico insorge immediatamente dopo l’esposizione,   accentuandosi nelle 4-6 ore successive ed è caratterizzato da tosse, afonia, bruciore delle prime vie aeree, tachipnea, oppressione toracica, dispnea. La morte sopraggiunge nella maggior parte dei casi entro le prime 24 ore per insufficienza respiratoria causata da edema polmonare acuto.

Nei pazienti che superano tale periodo si può osservare la comparsa di broncospasmo e di un’infezione bronco-polmonare di natura batterica.

Vengono disseminati sotto forma di vapori e sono considerati gas d’attacco, perché hanno scarsa persistenza, e permettono così la conquista di trincee, casematte, postazioni, etc. Furono i primi aggressivi chimici utilizzati dai Francesi (e non dai Tedeschi, come comunemente si crede ed erroneamente riportato in alcuni libri). Il primo attacco fu sferrato il 22/4/1915 con l’impiego di cloro e di fosgene, lasciati affluire da bombole lungo tutta la zona del fronte dove la direzione del vento era favorevole. L’uso fatto in seguito di bombe e di proiettili di artiglieria adatti per notevoli quantitativi di tossici chimici e l’impiego di sempre nuove sostanze resero i gas d’attacco un’arma strategica di notevole insidia e di possibile supremazia, ma molto pericolosa se usata dalle truppe di terra (é sufficiente una repentina inversione della direzione del vento per sospingere al mittente il tossico). Si prefigurano impieghi militari con gli aerei, ma la strategia dell’attacco con tali armi può riguardare, come già detto, solo aeree molto circoscritte e limitate.

Fosgene

PhosgeneIl fosgene (o cloruro di carbonile) a temperatura ambiente è un gas incolore estremamente tossico ed aggressivo, dal tipico odore di fieno ammuffito. La sua formula chimica è COCl2 (dicloruro dell’acido carbonico). È un prodotto di sintesi, ma piccole quantità possono formarsi in natura dalla decomposizione e dalla combustione di composti organici contenenti cloro. Il fosgene è un veleno particolarmente insidioso perché non provoca effetti immediati. In genere i sintomi si manifestano tra le 24 e le 72 ore dopo l’esposizione. Combinandosi con l’acqua contenuta nei tessuti del tratto respiratorio, il fosgene si decompone in anidride carbonica e acido cloridrico; quest’ultimo dissolve le membrane delle cellule esposte causando il riempimento delle vie respiratorie di liquido. La morte sopraggiunge per combinazione di emorragie interne, shock ed insufficienza respiratoria. A differenza di altri gas nervini il fosgene non viene assorbito attraverso la pelle il suo effetto si produce solo per inalazione.

Storia. Il fosgene è stato sintetizzato per la prima volta dal chimico John Davy nel 1812. Fu inizialmente usato come arma chimica dai francesi nel 1915, mentre i tedeschi iniziarono ad aggiungerne piccole quantità al cloro per aumentarne la tossicità. Poco tempo dopo s’iniziò ad usarlo tal quale. Si calcola che i morti dovuti all’uso del fosgene nella prima guerra mondiale siano stati circa 100.000. Il Regio Esercito ha utilizzato il fosgene in Libia e in Etiopia durante la campagna d’Africa sia contro militari sia contro civili.

Produzione ed utilizzi. Industrialmente, il fosgene viene prodotto facendo fluireossido di carbonio e cloro gassosi su un letto di carbone ad alta porosità, che agisce da catalizzatore. La reazione che avviene è: CO + Cl2 —> COCl2.La reazione è esotermica, ovvero avviene con sviluppo di calore, quindi il reattore deve essere raffreddato continuamente per allontanare il calore che viene prodotto. In genere la reazione viene condotta a temperature comprese tra i 50°C ed i 150°C; sopra i 200°C il fosgene torna a decomporsi in cloro e ossido di carbonio. Un’altra reazione in cui viene prodotto fosgene è quella tra tetraclorometano e acqua ad alte temperature: CCl4 + H2O —> COCl2 +2HCl. La luce, in presenza di ossigeno atmosferico, è in grado di convertire il cloroformio in fosgene, per questa ragione è sempre conservato in boccette ambrate e ben tappato.

Per via dei problemi di sicurezza legati al suo trasporto ed al suo stoccaggio quasi sempre il fosgene è prodotto ed utilizzato nello stesso impianto chimico. Il fosgene è principalmente impiegato come materia prima nella produzione di polimeri, tra cui i poliuretani, i policarbonati e le poliuree, oltre che nella produzione del Kevlar. Viene usato anche per produrre isocianati e cloruri acilici, intemedi nelle produzioni di pesticidi, coloranti e molecole di interesse farmaceutico. Tramite l’uso del fosgene è possibile isolare alcuni metalli, tra cui alluminio e uranio, dai loro minerali, ma si tratta di processi poco usati per via della pericolosità della sostanza.

Per sapere come deve essere stipato e trattato l’aggressivo chimico in oggetto e di quali potrebbero essere le conseguenze per l’ambiente dovute ad una sua cattiva gestione, esempio del sito in oggetto qualora ci dovessero ancora presenti fusti contenenti le armi chimiche mi sono rivolto all’ Ingegnere Massimiliano Pallotta, vincitore di borse di ricerca sui temi ambientali, del quale riporto il suo contributo:

Per capire cosa possa essere accaduto nei magazzini di stoccaggio di attrezzature e/o di contenitori contenenti fosgene durante il lungo periodo di detenzione di tale materiale, occorre far riferimento alla normativa attuale, attraverso la quale osservare il fenomeno, piuttosto che emettere giudizi di responsabilità.

Il Documento di riferimento è PHOSGENE – HEALTH AND SAFETY GUIDE (WORLD HEALTH ORGANIZATION, GENEVA 1998) disponibile solo in inglese.

In esso vengono dettagliate le procedure di stoccaggio a fronte della pericolosità del prodotto in esame.

Metodi di conservazione del fosgene:

  • In contenitori devono essere d’acciaio anticorrosione, la sola verniciatura non basta;
  • devono essere protetti contro l’eventuale ribaltamento e rotolamento;
  • devono protetti dal fuoco;
  • devono essere stipati in locale fresco, areato. Protetto dall’acqua e dalla corrosione (eventuali nebbie saline);
  • devono essere possibilmente collocati su un pavimento flottante traforato, al di sotto del quale viene posizionato uno strato di bicarbonato di sodio o una miscela al 50% di polvere di soda calcinata e calce spenta o urea cristallizzata, contro i possibili sversamenti accidentali dovuti a microfessurazioni. Deve essere effettuato un controllo periodico (con frequenza adeguata al rischio) della situazione da parte di personale specializzato.

Possono essere usate anche altre tecniche o combinazioni di tecniche contro le perdite e la diluizione del fosgene sversato.

Per quanto riguarda i livelli di pericolosità ambientale e l’azione contro esseri umani, si hanno le seguenti informazioni.

Aria:  Il gas, in presenza di umidità ambientale si idrolizza. la persistenza sembra essere dell’ordine di qualche mese, abbassandosi con l’innalzamento dell’umidità.

Acqua: L’idrolisi e la velocità di idrolisi riducono moltissimo il rischio di venire a contatto con il fosgene. Tuttavia va ricordato che fra i prodotti di reazione del fosgene c’è l’acido cloridrico.

Terreno: La rapida demolizione del fosgene operata sulle superfici solide e la rapida reazione con l’acqua in presenza di umidità rendono improbabile l’inquinamento a lungo termine.

N.B. va tuttavia chiarito che al 1998 non c’erano dati disponibili sui contenuti di fosgene in aria, acqua e suolo.

 

armi-chimicheAd oggi non si è riuscito a ricostruire quante armi chimiche furono prodotte in Italia tra il 1935 e il 1945. Il piano di Mussolini all’inizio del secondo conflitto mondiale era di realizzare 46 impianti per la produzione di 30 mila tonnellate di gas all’anno. All’arsenale chimico oggi presente in Italia a quello prodotto in Italia c’è da aggiungere quello importato dai Tedeschi e dalle truppe Americane. Documenti, in parte ancora segretati, rivelano che parte dell’arsenale chimico è stato inabissato nel Golfo di Napoli nei pressi dell’isola di Ischia e nel Golfo di Manfredonia. Ma ci sono tanti altri siti, discariche più o meno segrete, nei quali i fusti sono stati stoccati. La presenza del gas bellico sul suolo Nazionale è stato negato dai Governi che si sono succeduti fino alla caduta del muro di Berlino. Nel 1985 Andreotti arrivò a negare la presenza di gas bellici sul nostro territorio davanti al Parlamento. L’ultimo caso di contaminazione di un uomo da fosgene in Europa avvenne in Italia nel 1996 nei pressi del lago di Vico. Un ciclista che si trovò a passare nei pressi di uno dei bunker durante una operazione di bonifica fu investito da una nube di aggressivo chimico. Fortunatamente la vittima riuscì a raggiungere una stazione di servizio da dove furono allertati i soccorsi. All’arrivo dell’autombulanza i medici seppero intervenire, evidentemente preallertati delle operazioni in corso, fu ricoverato e riuscirono a salvarlo.

DSC01286La bonifica dei bunker e l’eliminazione delle armi chimiche messe al bando dal 1993 era prevista per quest’anno, 2015, nell’impianto di Civitavecchia, ma pare che ancora nessuno si sia posto il problema della bonifica delle discariche sommerse che potrebbero essere uno dei tanti rischi per i pescatori a causa dell’arsenale bellico sommerso.

Tornando alla nostra città e ai ruderi della fabbrica presente nel nostro Comune la domanda che da cittadini ci poniamo è se all’interno del sito sono ancora presenti i gas che venivano prodotti e qualora dovessero essere presenti se costituiscono un pericolo nell’immediato, o nel futuro. Sempre se si dovesse riscontrare la presenza del materiale bellico avere informative precise di come intende procedere chi di competenza.

Qualora si dovesse riscontrare che il sito fu bonificato negli anni passati mettere a disposizione della cittadinanza la documentazione che attesti quando e le modalità della modifica.

 

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